LEVASHOVO Sterminio che diventa memoria

Fassino e la storia: «La responsabilità di Togliatti nel dramma degli italiani in Urss non sfugge a nessuno»

Non essendo Veltroni mai stato comunista, è toccato dunque a Piero Fassino volare a San Pietroburgo per commemorare le vittime comuniste di Levashovo, compagni italiani morti ammazzati per mano di compagni sovietici, ma con l’avallo della nomenklatura di casa nostra, lesta nel fornire nomi e stilare liste di proscrizione. Nel 1984, quando il Pci si chiamava ancora così, Fassino ne era già un dirigente di punta e «Wonder Walter» già un «prigioniero politico», Nella Masutti, vedova di Emilio Guarnaschelli, deportato alla Kolyma e poi fucilato, si sentì rispondere dall’allora segretario Alessandro Natta, che quella morte non riguardava il partito... Da allora è caduto il Muro di Berlino, è scomparsa l’Urss, si è scissa, si è sciolta e si è rifondata quella forza politica che da Roma prendeva ordini e soldi da Mosca, e, insomma, meglio tardi che mai...
Il viaggio del segretario dei Ds nasce da un invito fattogli da Gabriele Nissim, autore del saggio Una bambina contro Stalin (Mondadori), ovvero il racconto della lunga lotta che Luciana De Marchi, figlia di Gino De Marchi, fucilato alla periferia di Mosca nel 1938, intraprese per restituire al padre la presenza in un mondo da cui era stato letteralmente fatto scomparire. Essendo un «nemico del popolo», si trattava di una non persona... Dice Nissim che come «è normale andare a visitare Auschwitz, così i politici e i giovani europei dovrebbero visitare Levashovo, Butovo e Kolyma per non dimenticare gli orrori del totalitarismo sovietico. Piero Fassino è il primo politico che ha voluto dare un esempio». Gliene va dato atto.
Quello dei comunisti con il proprio passato è un rapporto contorto e non facile, fatto di continue rimozioni, aggiustamenti, revisioni, parziali e/o totali ammissioni. Furono all’incirca un migliaio i nostri connazionali che credettero di trovare un mondo nuovo nell’Unione Sovietica e invece ebbero in sorte il gulag o la fucilazione, il gulag e la fucilazione. Erano «pellegrini politici», dirigenti, militanti, simpatizzanti, futuri quadri di partito. Negli anni Venti e Trenta si ritrovarono stretti nella morsa di un sistema totalitario e concentrazionario che controllava con mano di ferro i partiti comunisti «fratelli», chiedendo e ottenendo da loro obbedienza assoluta.
Nel suo discorso in quello che ieri fu un luogo di sterminio e oggi è un cimitero memoriale, Fassino non è stato reticente, come del resto non lo era stato alla presentazione del libro dello stesso Nissim: «I Ds sono diversi dal Pci, ma ne conservano la storia» aveva detto allora. «La responsabilità morale di Togliatti e di altri capi comunisti nelle tragedie degli italiani in Unione Sovietica non sfugge a nessuno». In questa nuova occasione ha ribadito la necessità di restituire «verità e giustizia», nonché la «colpevole connivenza di quei dirigenti, pur autorevoli, che non ebbero il coraggio di sfidare la macchina oppressiva della dittatura». Siamo qui, ha detto anche, «perché non cali mai l’oblio sulla storia dei totalitarismi del Novecento, sui gulag di Stalin e su chi fu complice di questa terribile violenza contro l’umanità. Siamo qui per rendere onore a donne e uomini vittime della brutalità del comunismo, vittime di una morte e di sofferenze troppo a lungo nascoste e negate». E ancora: «Non ci possono essere eguaglianza e giustizia se non nella libertà. Una società che soffoca la libertà non è in grado neanche di realizzare giustizia sociale ed eguaglianza. Nell’oppressione le diseguaglianze crescono, le ingiustizie si aggravano. Le vittime italiane furono donne e uomini che fuggivano dal fascismo e che si erano rifugiati in Unione Sovietica con l’ingenua speranza di essere protagonisti di una società nuova. Tragedia nella tragedia, perché vittime prima ancora che della polizia segreta, della delazione dei loro stessi compagni, e della colpevole connivenza di molti dirigenti».
L’unica nota, più stridente che stonata, è stata il riferimento ad Antonio Gramsci che nella vicenda De Marchi prima ricordata, fu l’unico a muoversi in sua difesa dopo che nel 1921, nemmeno ventenne, era già finito nelle carceri sovietiche... Perché l’intervento del leader comunista sardo non si configura come quello del comunista «buono» che comprende le deviazioni dello stalinismo «cattivo» (del resto ancora da venire), ma va più semplicemente letto in un’ottica di rapporti di forze torinesi e internazionali, di vecchie, pur nella giovane età dei protagonisti, frequentazioni politiche, e insomma di dialettica comunista interna. E del resto, quando anche lui si ritroverà in prigione, arrestato dal fascismo, sperimenterà sulla propria pelle che cosa volesse dire ritrovarsi perdente in una forza politica rivoluzionaria ed eterodiretta.
Oggi il cimitero memoriale di Levashovo è un angolo di tranquillità silvestre, un’alta staccionata con in cima un filo spinato che lo recinge. I sentieri sono ben curati, ogni tanto il suono di una campana. Le piccole tombe che lo compongono sono segnate dai visitatori, ma non come in un normale camposanto: sugli alberi ci sono i ritratti di coloro che furono giustiziati, per terra tumuli decorati con coni di pino e piccole pietre. Di nessuno, infatti, si può dire con certezza che è stato sepolto esattamente in quel posto. Per loro vale quel verso di Anna Achmatova: «Mi piacerebbe chiamarli tutti per nome».