Levata di scudi contro la direttiva della Regione Umbria che impone la vendita del prodotto. Il Comitato nazionale di bioetica: si deve applicare la legge 194 «Obiezione di coscienza anche in farmacia» Il quotidiano dei vescovi: la pillola del giorno do

E i medici cattolici chiedono interventi sulle interruzioni di gravidanza tardive

Francesca Angeli

da Roma

Il Vaticano prosegue la sua battaglia contro la cosiddetta pillola del giorno dopo, rivendicando il diritto dei farmacisti a rifiutarne la vendita, in nome dell’obiezione di coscienza.
Ieri Avvenire è sceso in campo con un editoriale in prima pagina per ribadire la posizione dei vescovi sul Levonorgestrel (Lng), un prodotto che si vende in farmacia dietro presentazione di ricetta medica e che la Chiesa rifiuta di considerare un contraccettivo, visto che si assume dopo aver avuto un rapporto e dunque per il Vaticano provoca un vero e proprio aborto. Il farmaco va assunto entro 72 ore dal rapporto sessuale considerato a rischio e impedisce l’annidamento dell’ovulo fecondato nell’utero. È ovvio che, se si considera la somministrazione della pillola del giorno dopo come un aborto, a quel punto entra in gioco, come previsto anche dalla 194, il diritto del personale sanitario ad appellarsi alla coscienza.
Nell’editoriale si osserva che l’obiezione di coscienza è una prerogativa non soltanto dei medici ma anche dei farmacisti che vanno considerati come i medici «personale sanitario». Come un ginecologo può rifiutarsi di praticare l’interruzione di gravidanza così il farmacista può scegliere di non somministrare la cosiddetta pillola del giorno dopo visto che provoca una interruzione volontaria di gravidanza e dunque rientra nei casi previsti dalla legge 194.
Nessuna istituzione, tantomeno un ente locale come la Regione Umbria, può quindi imporre a un farmacista la vendita della pillola abortiva. Avvenire fa riferimento a una nota diramata alla fine di agosto dalla Regione Umbria in cui si ricordava ai farmacisti di avere l’obbligo di vendere la pillola del giorno dopo, in nome di quella norma che vieta al farmacista di rifiutarsi di distribuire medicinali dietro la presentazione di una ricetta medica.
Una nota che aveva già suscitato perplessità fra i rappresentanti locali del centrodestra. Era stato sottolineato in particolare come la pillola del giorno dopo non fosse un farmaco qualsiasi, ma abortivo.
Il quotidiano dei vescovi poi ricorda pure che, sulla pillola abortiva, si era espresso in modo chiaro il Comitato nazionale di Bioetica. «Dire che la pillola del giorno dopo intercetta la vita “prima” dell’annidamento e dunque senza gravidanza è un’ipocrisia - scrive Giuseppe Anzani su Avvenire -. Ipocrisia già affrontata e liquidata dal Comitato nazionale di Bioetica nel documento con cui affermò per i medici il diritto di coscienza nel rifiutare la prescrizione o la somministrazione di Lng». Ed il principio che vale per i medici è assolutamente estensibile ai farmacisti che, prosegue l’editoriale, non «sono rivenditori inerti di merce senza differenza rispetto ad un supermercato» ma invece esercitano a pieno titolo «una professione sanitaria secondo la legge 833 del 1978».
Insomma non si può imporre a un farmacista di vendere la pillola abortiva. Anche perché, conclude Avvenire, la coscienza dei farmacisti «non è una coscienza a nolo dietro ricetta» e l’articolo 2 della Costituzione nel tutelare i diritti inviolabili dell’uomo «sanziona accanto al diritto della vita il diritto di rifiutare la complicità nella morte».
Mentre il Vaticano prosegue la campagna contro la pillola del giorno dopo, la 194 finisce nel mirino dei medici cattolici. Il presidente dell’Associazione Medici Cattolici, Vincenzo Saraceni, chiede un intervento del governo sugli aborti tardivi «quelli che avvengono oltre il novantesimo giorno di gravidanza quando il feto potrebbe sopravvivere». E ribadisce pure che «consentire aborti con finalità contraccettive è una grave violazione della legge».