Levente Szuper il portiere di ghiaccio che ama recitare

Levente Szuper, portiere ungherese dei Vipers Milano di hockey: un nome da eroe dei fumetti. O da attore...
«Ma io l'attore l'ho fatto davvero, fin dai 5 anni di età, a Budapest, dove sono nato nel 1980. Giocavo portiere nella squadra di hockey del Ferencváros e recitavo in teatro. Suonavo anche il pianoforte, ma un nonno emigrato a Toronto ha portato in casa la passione per l'hockey e a 17 anni ho scelto di dedicarmi allo sport».
Girando il mondo: Germania, Canada, Usa, Svezia.
«È stato sempre più difficile: alla lunga apprezzi il valore della famiglia. Dove mi sono trovato meglio? Dove mi sono sentito davvero parte di una squadra. Non necessariamente in Canada, anche se è la culla dell'hockey».
Sei stato il primo ungherese scelto dai professionisti della Nhl, la meta di qualunque hockeista.
«Però ho solo fatto la riserva in dieci partite con Calgary. Non ho avuto fortuna. Comunque non è un tarlo, ci ho provato, è andata così».
Dicono occorra un pizzico di follia per fare il portiere nell'hockey.
«Non è il mio caso. Ho scelto questo ruolo perché ero affascinato dall'equipaggiamento: il casco, i gambali... Sei solo contro tutti, devi avere occhio, sensibilità, capacità di mantenere il top della concentrazione. Un portiere non è pronto prima dei 27-28 anni, quando raggiunge il giusto equilibrio fra tecnica e preparazione mentale».
Portieri si diventa?
«Portieri si nasce».
Come sono i Vipers di quest'anno?
«Non sono la squadra da battere del recente passato, sappiamo di far parte di un nuovo progetto che punta allo sviluppo di giocatori giovani. Il gruppo sta crescendo in un campionato molto equilibrato».
Quando eri ad Asiago hai giocato con Darcy Robinson, deceduto in pista un mese fa, probabilmente per arresto cardiocircolatorio. Pensi si faccia abbastanza per la tutela dei giocatori?
«Darcy era un amico, nel suo caso c'è l'ipotesi che soffrisse di un problema congenito. Ma è solo un'ipotesi. Temo non si possa verificare e prevedere ogni sviluppo attraverso gli esami».
Come ti trovi a Milano?
«Ho fatto amicizia con altri ungheresi, la città è piena di opportunità, è simile a Budapest. Mi piace il calcio: da ragazzino, ai mondiali, tifavo Italia. Avevo un debole per Donadoni e Maldini».
Meglio Inter o Milan?
(Ride) «Non lo dico».