Levi, l’ombra di Prodi che fa collezione di flop

Una vita nell’editoria prima di giungere alla corte del Prof, che ha seguito anche a Bruxelles. La rivalità con Sircana

Quando, a proposito di Ricardo «Ricky» Levi, si chiede a Prodi: «Ma perché te lo porti sempre dietro?», Romano china la testa e non risponde. Non lo sa, non l’ha mai saputo, non se lo è chiesto. Alcuni stravedono per il gatto. Altri impazziscono per una ballerina. A Prodi piace Ricky.
Levi è inesorabilmente tra i piedi. Non lo schioda nemmeno l’influenza e impedisce a chiunque di incontrare Prodi da solo. I margheritini suoi compagni lo considerano un rompiscatole e lo detestano. Pierlù Castagnetti ripete costernato: «Non sa nulla di politica. Ma è l’unico che Prodi ascolti». Talvolta capita che Ricky manchi. Succede quando non ci sono le telecamere e non può pavoneggiarsi. Levi è infatti l’ingrigito giovanotto, che in tv appare in sottofondo mentre Prodi parla. Si distingue per l’estasi con cui ne ascolta i borborigmi e per l’aria da paggio di classe. Fungendo da cornice, ci è diventato familiare.
Lo zelo di Levi nel tampinare Prodi ha la stessa funzione che gli zoologi attribuiscono al chihuahua che «segna il territorio»: tenere lontani i concorrenti. Ricky ha il terrore di essere spodestato da Silvio Sircana, il portavoce di Palazzo Chigi. Anche Sircana è eternamente alle costole di Prodi. Il rischio che gli entri più di lui nel cuore è concreto. Tra i due la rivalità è grande. Levi gioisce per ogni gaffe dell’altro, l’altro per ogni errore di Levi. Poiché entrambi ne fanno a iosa, è un continuo di gioie e dolori. L’altalena, durata anni, si è però affievolita da quando Levi è sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Il nuovo impegno ha lenito le sue turbe psicologiche.
Ricky, giornalista di lungo corso, ha avuto un incarico su misura: responsabile della Stampa. All’istante, ha messo a frutto le esperienze di 30 anni e ha annunciato l’accorpamento delle Agenzie di informazione. Non più la pluralità che dura dal dopoguerra, con l’Ansa, l’Agi, la Adn-Kronos, ecc., ma un ritorno all’ordine mussoliniano. Un solo fidato centro informativo come la «Stefani» d’anteguerra. Il progetto è ancora in fieri perché Ricky è uomo che non ha fretta. I suoi ritmi di lavoro sono tropicali, nonostante l’aria anglosassone. Ma, se si è ben capito, il ragionamento è questo: poiché la politica finanzia le Agenzie, è giusto che le controlli. Per farlo meglio le unifica e, per li rami, nomina direttore, capiredattori, capiservizio. Logicamente, gli interessati hanno un diavolo per capello e sono col fucile al piede. Il bailamme ha rinsaldato Ricardo nelle intenzioni. È nella sua natura estasiarsi per i suoi pastrocchi. Ha collezionato vistosi fallimenti, pensando invariabilmente di avere ragione. Ci torneremo sopra.
L'altra cosa che ha fatto in otto mesi è la migliore che potesse fare: niente. In particolare, ha confermato i contributi pubblici ai giornali. Glielo hanno rimproverato anche i suoi. Il senatore Franco De Benedetti, grillo parlante dell’Unione, ha detto: «Poteva trovare il coraggio di cancellare almeno i finanziamenti ai grandi quotidiani e, quindi, ridurre almeno una parte dei 160 dipendenti statali che li amministrano». Ricky ha reagito da pierino come Padoa-Schioppa criticato per avere messo tasse invece di tagliare spese: «Non faccio interventi simbolici. Farò grandi riforme». Levi ci ha aggiunto uno strato di panna e ha usato il plurale maiestatico: «Abbiamo mantenuto i finanziamenti pervasi da una grande ambizione. Cambiare tutto in futuro. L’organizzazione del mercato, la legislazione sulla concorrenza, la pubblicità, l’innovazione tecnologica, i servizi postali, l’occupazione...». Poteva aggiungere: le abitudini alimentari, la taglia dei pigiami, l’erre moscia di Bertinotti, il sapore dei salami. La sua innata sobrietà glielo ha impedito. Dunque, è certo: travolto dall’immensità dei suoi progetti, non farà niente. Per noi, è una fortuna. Quando ha fatto qualcosa, Levi ha superato Attila.
Di nababbico ceppo modenese, Ricky è nato casualmente a Montevideo (Uruguay), 57 anni fa. La famiglia si era rifugiata in Argentina per sfuggire alle leggi razziali fasciste. Il padre, un petroliere, aveva convertito i suoi beni in ampie «fazende» nella Pampa.
Giunti tempi più miti, il giovanotto italo-argentino rientrò in Italia per frequentare a Milano l’università e laurearsi in Scienze politiche. Fu subito notato per la nobiltà del tratto, l’incuria nel vestire abiti di gran taglio (suo sarto era Tincati, il primo della città), la voce educata, l’inglese perfetto. Ma nessuno seppe cosa farsene di queste qualità e Ricky rimase a lungo a spasso. Investì allora, attraverso il padre, diversi soldi nel Mulino, l’editore bolognese. Qui, conobbe Prodi che era della cerchia. Ma allora non scoccò nessuna scintilla e la cosa finì lì. Sull’abbrivio fondò, sempre a Bologna, una sua casa editrice. Fallì all’istante.
Si consolò, invaghendosi di Paola la sua attuale moglie. Ma sposò un’altra e ne ebbe tre figli. Poi, incontrò di nuovo la prima fiamma, la impalmò e fece altri due bimbi. Al quinto, profittando della sua impossibilità a difendersi, impose il nome di Quintino. Questa alacrità contrasta col suo fisico minuto, ma l’uomo ha sempre riservato sorprese.
A 30 anni non aveva ancora un lavoro. Il padre preoccupato si rivolse a uno dei fondatori del Mulino, Fabio Luca Cavazza, che dirigeva il Sole 24 ore. «Prendimelo tu», lo pregò. Così, Ricky entrò nel mondo che adesso governa. Va notata, per inciso, la tortuosità di questo ingresso. Ricardo è infatti nipote di Arrigo Levi, fratello del padre, direttore di giornali e mammasantissima della carta stampata. Avrebbe potuto aiutarlo lui con facilità.
Al Sole fu subito chiaro che Ricardo e il giornalismo potevano fare a meno l’uno dell’altro. Era un cronista prudente, spontaneamente allineato al potere. «Ricky sta al giornalismo come Jovanotti all’opera lirica», dice un collega che lo conosce bene. Il tono misurato piacque comunque a Piero Ostellino che dirigeva allora il Corriere della Sera. Lo assunse come capo del servizio economico.
Ricky arrivava la mattina già vestito per la sera. Traccheggiava fino alle 19 e quando il lavoro si faceva duro, si dava una spolverata all’abito, prendeva bastone e redingote e salutava circolarmente: «Se avete bisogno di me sono alla Scala». Averlo al timone della redazione era per gli altri un tormento. Le notizie scomode erano accantonate per lasciare il posto ai comunicati ufficiali di Eni, Montedison e altri inserzionisti.
Tra i più esasperati per l’andazzo, Ferruccio de Bortoli, che diresse poi il Corsera e oggi guida il Sole. Un giorno, forzando la sua mitezza, De Bortoli si ribellò. Sparse sul tavolo i comunicati, ci salì sopra e cominciò a danzare sulle carte cantando come impazzito: «Noi siamo sempre sulla notizia, sulla notizia...». Quando a Ostellino subentrò Ugo Stille, il suo vice, Giulio Anselmi (che oggi dirige La Stampa), defenestrò Ricky all’istante, sostituendolo con De Bortoli. La ruggine tra Levi e Anselmi durò anni.
Sentendosi incompreso, Ricardo lasciò il Corriere e, nel '91, fondò L’Indipendente. Doveva essere un quotidiano anglosassone, i fatti separati dalle opinioni. Ricky riuscì a separare le opinioni dalle opinioni. Quando, in piena Tangentopoli, fu arrestato l’ing. Carlo De Benedetti, scrisse un editoriale con due titoli. Uno in testa: «Perché l’Ingegnere ha torto», l’altro al centro: «Perché l’Ingegnere ha ragione». Mentre poi le procure eccitate arrestavano a destra e a manca, il giornale se la cavava con due colonne e non prendeva partito. Un surgelato. «Un morticino vestito bene», disse meglio Eugenio Scalfari. Dalle 120mila copie del primo numero, L’Indipendente precipitò a 20mila. Sei mesi dopo, Ricky fu cacciato. Rimise di tasca propria cinque miliardi di lire. Ma tuttora, gonfio com’è, continua a dire: «Ah, se mi avessero lasciato fare...».
A estrarlo dalla prostrazione fu Prodi, che ne aveva seguito le gesta a distanza. Dio acceca colui che vuole perdere e Romano meritava l’ira divina dopo i pasticci fatti all’Iri. Ricardo, infatti, gli combinò solo disastri.
Nel '96, fu suo portavoce a Palazzo Chigi. Gli guastò subito i rapporti con la stampa blindando il premier che nessuno poteva avvicinare. Ricky perse la faccia. Seguì poi Prodi a Bruxelles nel '98, quando divenne presidente della Ue. Fu di nuovo portavoce, con saccenza moltiplicata dalla vastità della tribuna. Quando i giornalisti di mezzo mondo chiedevano di Prodi, li indirizzava al piano di sotto mentre Prodi era di sopra. Scatenò una rivolta e Romano dovette sottrarlo all’ira popolare, confinandolo in un altro servizio. Ricky rimase in braghe di tela.
Ora, dopo avere fallito come editore, giornalista e portavoce, Levi ha in mano noi della stampa. Coraggio ragazzi, è la fine.