Lewis l’intoccabile al di sopra di ogni sentenza

S e per far deflagrare la spy story ci sono volute 780 pagine di dossier trafugato alla Ferrari, per capire che Lewis Hamilton è il protetto speciale della Formula 1 è bastato uno sparuto numero di casi trafugati al buon senso. Perché se, da una parte, è meraviglioso quanto sta realizzando, d’altro canto è imbarazzante il fortino - per di più non necessario tanto è forte Lewis - eretto attorno a lui dal mondo di matrice anglosassone che governa la F1. Dopo processi che non processano, dopo sentenze che non sentenziano, il governo dell’auto rischia così di farsi ridere dietro.
Perché si può anche chiudere un occhio - in fondo sono fatti di Alonso, non nostri - se il ragazzo disattende bellamente un patto siglato con il proprio capo squadra che dice più o meno questo: io a ogni Gp ti passo i dati della mia macchina, però niente scherzi, l’uomo per il titolo sono io. Non ci può invece stare che là dove Kubica prenda un botto e salti il Gp successivo, Hamilton che il botto lo incassa simile, se non maggiore, corra il giorno dopo creando un potenziale pericolo in pista. Non ci sta che l’unica macchina rimessa in gara da una gru (non s’era mai vista) sia la sua e che la regola venga precisata solo a Gp finito. Non ci sta che il ragazzo faccia la spia contro il compagno e il proprio team. Non ci sta che in un processo per spionaggio, a smuovere i giudici sia l’arringa del suo avvocato nel segno del «non condannate i piloti se no ci privereste dell’impresa che Hamilton sta per portare a termine». Non ci sta che ieri si ripeta paro paro il siparietto, e che neppure un puffetto venga elargito al ragazzo.