Lewis smonta il fenomeno Bolt: «C’è solo un Re. Prossima domanda?»

L’ex primatista dei 100 tra sport e politica: «Gareggiare a Pechino è stata la miglior risposta per cambiare la Cina»

da Roma

Carl Lewis ha conservato il sorriso di sempre: spontaneo, contagioso, reso più autentico da una leggera venatura di malinconia. Di nuovo a Roma dopo 21 anni di assenza, l’ultima volta fu per i mondiali dell’87 dove fece razzia di 3 ori, stasera «il figlio del vento» sarà lo starter della «Nike+Human Race», l’evento di running che coinvolgerà in contemporanea un milione di persone in 25 città del mondo. «L’Italia è la mia patria europea, per me rappresenta tantissimo», dice spedito di fronte ai cronisti, non certo per guadagnarsi la simpatia di chi lo ascolta. In fondo, con 10 medaglie olimpiche alle spalle e la corona di miglior atleta del secolo scorso sulla testa, ci si può permettere di lasciare la modestia a prendere polvere: «C’è solo un re, rifammi la domanda», risponde laconico a chi azzarda paragoni con Bolt, il nuovo semidio della velocità. E se lo si stuzzica in merito alla troppa euforia dimostrata dal giamaicano una volta tagliato il traguardo, lui glissa strategico: «Non giudico come si comportano gli altri. Di certo - sentenzia - nessuno, tantomeno uno sponsor, mi ha mai detto quello che dovevo fare».
È uno spirito libero Lewis, cresciuto in un universo di regole e divieti che ha imparato ad accettare e che, alla lunga, ne hanno decretato il successo. Inflessibile di fronte a chi fa uso di doping, «dovrebbe essere denunciato dai compagni, loro sanno chi gioca sporco, impedendogli persino di diventare allenatore»; altrettanto prodigo di consigli al cospetto di talenti in parte inesplosi, incluso il nostro Andrew Howe: «Sono un suo fan - confessa - e penso che sua madre dovrebbe mettersi da parte. Ha bisogno di essere preparato da qualcuno di grande livello, così l’Italia avrebbe un campione olimpico. Mi candido io per dargli una mano». Non c’è solo lo sport nell’armadio di ricordi, simboli e idee che «il figlio del vento» si porta a spasso per il mondo. Un cassetto è per la politica, per la voglia di voltare pagina una volta tramontata l’era Bush: «Sono contento che stiamo per metterci dietro le spalle questi ultimi anni». Uno scomparto è tutto per l’economia: «Che senso avrebbe avuto boicottare Pechino, continuando a comprare i prodotti di quel Paese? Tutti dobbiamo dare il nostro contributo per i diritti umani, ed essere lì è stata la migliore risposta possibile». E che importa se la Cina si è tenuta più ori degli Stati Uniti, dove non basta il sudore arriva un po’ di sciovinismo a metterci una pezza: «Parlare solo di quelle medaglie significa togliere valore a tutte le altre. Nel complesso gli Usa ne hanno vinte di più». Anche negli scatti verbali, la classe è rimasta quella di sempre.