L'ex foglio fascista si vergogna di essere di destra

Gianfranco Fini ha una fortuna: che il suo giornale, il Secolo d’Ita­lia, lo leggono ormai solo Flavia Perina e i suoi parenti stretti, men­tre il sito di Farefuturo è visitato forse dai Briguglio e dai Raisi, per­ché già Granata e Bocchino han­no di meglio da fare. E deve davve­ro ringraziare il cielo che questa sia la situazione. Perché se i suoi potenziali elettori venissero a sa­pere quel che scrivono i maître à penser di Futuro e libertà, le sue già esigue speranze di raccoglie­re abbastanza voti da superare lo sbarramento del 4 per cento fra­nerebbero miseramente. Nell’ansia di distinguersi dagli aborriti «alleati» del centrodestra, i giornalisti futuribili si sono infatti spinti tanto lontano da scavalcare a sinistra la quasi totalità degli organi di stampa italiani. E dopo aver proposto cittadinanza breve e Corano a scuola, aver incensato Antonio Padellaro, Alberto Asor Rosa e Michele Santoro, ed essersi schierati con la Fiom contro il ministro Maroni, hanno finito la loro corsa in ginocchio da Eugenio Scalfari, celebrato come il loro faro editoriale in cambio di un paio di sputi sull’odiato Giornale . E così Barbapapà, in una intervista scendiletto di due pagine sul Secolo di ieri, ha potuto dire - tra gli applausi dei redattori ex fascisti - che la Repubblica è un giornale e fa giornalismo mentre il Giornale è un libello che lancia segnali mafiosi. Ma ancora niente a confronto di quel che ha vergato due pagine prima Filippo Rossi, uno dei reggipenna preferiti di Fini (forse ce l’avete presente: è quel signore grande e grosso che quasi tutti i giorni bofonchia qualcosa in tv). Il direttore di Farefuturo , uno che il ridicolo non sa neppure dove stia di casa, ha riempito di impervia prosa altre due pagine allo scopo di paragonarsi a Montanelli, Longanesi e Pannunzio e di esprimere tutto il suo disgusto per quel che combiniamo qui in via Negri. Dove, pensate un po’, abbiamo il cattivo gusto di fare un quotidiano che interessi un po’ di gente e venda un po’ di copie. Volgari. Dovremmo invece fare come lui, che viene letto da quattro gatti. Ma quelli giusti. Quelli dei salotti di sinistra che poi parlano così bene di lui, della Perina e di Fini e li fanno sentire tanto «in», ripuliti da quella patina di destra che dispiace alla gente che piace. Al dunque, è chiaro, i progressisti daranno il voto al Pd, ai comunisti, al massimo a Di Pietro, mica alle brutte copie finiane. Ma fino al momento di fare i conti con la dura realtà, gli scribi di Gianfri vogliono continuare a fare i saltimbanchi per raccogliere l’applauso di Repubblica.