La lezione che arriva dagli Stati Uniti

È una straordinaria lezione di democrazia quella che viene dalle elezioni presidenziali americane. Ancora una volta il sistema politico-istituzionale americano dimostra di essere ben funzionante, immune dai giochetti di palazzo ed esemplare per quella prova democratica che deve poggiare sul rapporto diretto tra cittadini e istituzioni, tra elettori ed eletti negli organi legislativi ed esecutivi, primo tra tutti il presidente della Repubblica. Perché avanzo un giudizio così deciso?

Dipende dal fatto che per anni abbiamo dovuto sopportare una serie di sciocchezze secondo cui la presidenza Bush stava avviando l'America verso un regime autoritario. Ed ecco, invece, che d'un colpo ci si trova di fronte ad una campagna presidenziale entusiasmante, da cui traspare la vitalità e la capacità di rinnovarsi dei meccanismi democratico-elettorali che non poggiano sulle camarille e sugli establishment, ma su niente altro che la volontà popolare. Sul fronte democratico si sono affermati come candidati presidenziabili una donna, Hillary Clinton, e un afro-americano, Barack Obama: un evento che per entrambe le personalità sarebbe stato inconcepibile trenta o quaranta anni fa. Infatti solo a metà degli anni Sessanta la minoranza nera ha conquistato i diritti civili pieni dopo anni di dure lotte nelle regioni meridionali dove vigeva il segregazionismo e l'esclusione dal voto. Ed anche le donne solo negli anni Settanta hanno potuto guadagnare un ruolo pubblico pieno in politica come nella società grazie all'azione dei movimenti femminili.

Obama è oggi, in ogni senso, un outsider della politica che è in grado di aspirare alla più potente carica di capo di Stato del mondo. Sono stati gli elettori, e solo gli elettori, a decretare il suo successo, malgrado le resistenze degli apparati di partito e l'handicap nella disponibilità del denaro che finora ha agevolato soprattutto la Clinton. Indipendentemente dal suo valore, la marcia di Obama verso il successo è il simbolo stesso della società aperta, dell'integrazione etnica nel rispetto delle regole civili, e della mobilità politica che fa della società americana un paradigma delle pari opportunità per tutti gli uomini e le donne, indipendentemente dalla loro condizione, genere e colore. Ancor più significativa è la lezione che emerge dal campo repubblicano, nel quale la mobilità politica ha consentito di entrare in lizza a due candidati abbastanza sconosciuti come il mormone Mitt Romney e l'evangelico Mike Huckabee, mentre la selezione delle primarie popolari ha messo fuori gioco il candidato favorito, l'ex sindaco Rudolph Giuliani, inchinatosi al responso delle urne.

Più di tutti, il caso di John McCain è, però, esemplare. Infatti è rimasto non solo il repubblicano che ha la maggiore probabilità di essere nominato candidato presidenziale alla Convenzione nazionale, ma anche colui che può battere i democratici a novembre, quando si affronteranno i candidati dei due partiti e a decidere sarà la platea dei duecento milioni di elettori statunitensi. McCain è partito sfavorito: battuto otto anni fa da Bush, inviso all'establishment del partito repubblicano, poco ortodosso rispetto ai punti qualificanti del suo schieramento, ha fin qui riscosso un successo popolare che pochi immaginavano per un veterano ultrasettantenne già altre volte in corsa. Eppure questo outsider, un eroe di guerra da tutti rispettato per l'onestà e l'anticonformismo, ha saputo imporsi conquistando la simpatia popolare degli indipendenti e dell'ala moderata dei liberal, cosa che potrebbe addirittura sembrare contraddittoria. Il miracolo McCain è la forza della democrazia americana. Perché i presidenti che hanno segnato la politica negli Stati Uniti sono stati quelli che hanno saputo costruire una nuova coalizione presidenziale, mettendo insieme vari segmenti dell'elettorato (come Franklin D. Roosevelt nel 1932 e Ronald Reagan nel 1980), così trasformando l'intero sistema politico. Ed è proprio quel che, a mio parere, sta avvenendo in questi giorni.
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