La lezione di Craxi per il Pd in cerca di un Cireneo

La conferenza stampa di Walter Veltroni non ha fatto luce sul buio in cui è piombato il Partito democratico. Veltroni lascia («ci ho provato, non ci sono riuscito») e nessuno si è fatto avanti: Bersani, che si era candidato, ha battuto precipitosamente in ritirata. D’Alema non si è nemmeno fatto vedere. Invece di affrontare apertamente la crisi, il Pd cerca un Cireneo che porti la croce delle prossime, prevedibili sconfitte elettorali, poi a ottobre, tra quasi un anno, si vedrà.
Non è una grande prova di coraggio per un partito che, con i suoi intellettuali e la forte presenza nel circo mediatico-artistico, inquina l’atmosfera nazionale in misura sproporzionata rispetto all’effettiva sua consistenza politica, etica e culturale. I mali del Pd, o, meglio, dei Ds, vengono da lontano e non sono curabili con ricette improvvisate, la salsa emiliana di Bersani, il nuovo prodismo di D’Alema.
All’indomani della caduta del muro di Berlino e della dissoluzione del comunismo mondiale, il Pci aveva urgente bisogno di un bagno di disintossicazione: doveva digerire e accantonare la doppiezza di Togliatti che stava in Parlamento e ammiccava alla rivoluzione; il burocraticismo di Luigi Longo; il bigottismo di Berlinguer e la sua pretesa superiorità culturale e morale. Doveva rivedere i suoi molti miti: Baffone, il Che, i khmer rossi, lo stakanovismo, il libretto rosso di Mao, la rivoluzione culturale. Doveva rimeditare la sua concezione della democrazia: riconoscersi parte e non tutto, riconoscere che fuori del partito c’era un mondo vivo e operoso e non una massa di imbecilli o di corrotti. Ricostruire su nuove basi una ideologia, una politica, nuove alleanze.
Era esattamente quanto generosamente gli offriva Bettino Craxi con l’unità socialista: un riformismo rinnovato ai principi della libertà; alleanze in mezza Europa; una prospettiva di successo elettorale; una quasi certezza di governo. Ma fra i Ds, la ragione politica fu sommersa dagli istinti peggiori: la presunzione, la superbia, la violenza. Piuttosto che «umiliarsi» a riconoscere che la ragione stava dalla parte dei socialisti, derisi e denigrati per settant’anni, i Ds preferirono il golpismo e il giustizialismo, aggiungendo così altri veleni a un corpo già intriso da troppe menzogne.
Inutile rifare la storia politica di questi quindici anni che tutti conosciamo benissimo. Il discorso tenuto al Lingotto, Veltroni avrebbe dovuto farlo quindici anni prima, quando ai tempi di Tangentopoli dirigeva l’Unità. Quel discorso tardivo è caduto su una base che non aveva (e non ha) ancora smaltito i veleni accumulati in un passato che si pretende grandioso.
Nessun dirigente dei Ds ha mai detto pubblicamente che la teoria e la pratica del comunismo non hanno retto alla prova della storia, che il comunismo, ovunque praticato, ha portato stragi di massa, dispotismo, impoverimento generale. Nessuno ha mai riconosciuto che fuori dei confini del partito c’è un mondo di idee, di operosità, di costumi che vanno rispettati e valutati. I Ds hanno tuttora bisogno di una pedagogia democratica che apra loro gli occhi alla nuova realtà che hanno di fronte. Non c’è sottigliezza politichese che può salvarli se non cominceranno a liberarsi dagli errori e dalle menzogne che tuttora li affliggono.