La lezione degli Usa: chi minaccia Obama va in galera

In America si fa, in America si può. Ed è Barack Obama che lo fa, ed è Barack Obama che può. Hanno arrestato Kristy Lee Roshia, hanno ingabbiato questa signora perché aveva detto di voler uccidere la first lady Michelle. Aveva telefonato all’ufficio di Boston del servizio segreto: «Ammazzerò Michelle. So dove la famiglia Obama trascorrerà le vacanze nelle Hawaii. Lo so e lo farò». Presa anche se è considerata una squilibrata, probabilmente una mitomane in grado di far male più con le dieci telefonate al giorno alla sede del Secret service che con una potenziale arma in mano. Presa perché una minaccia è una minaccia e in America funziona che t’arrestano prima che tu possa fare danni e nessuno grida allo scandalo, alla privazione della libertà. Perché quella, negli Stati Uniti, è il bene supremo e intoccabile fino a quando uno non sbaglia. Kristy Lee Roshia ha sbagliato, a prescidere dal risultato finale. Magari erano chiacchiere, magari era una provocazione eccessiva. Oppure no. Nel dubbio, meglio la sicurezza di Michelle e della Casa Bianca in genere.
Noi discutiamo: chi minaccia on line va cercato, controllato, seguito? Da una settimana ci tormentiamo l’anima con la libertà d’espressione e poi col rischio emulazione di Tartaglia e poi con tutto il resto. Ci chiediamo se e come si distingue una minaccia vera da un allarme esagerato, un mitomane da un violento, un provocatore da un terrorista. Obama e la sua America evitano dibattiti: manette e poi si vede. Il processo alle intenzioni per loro dev’essere alle intenzioni appunto, non al reato già compiuto. Che poi il reato già c’è: minaccia. Uguale al nostro, anche se l’Italia deve decidere se il computer ha lo stesso valore del telefono, se i social network sono solo una piazza di cazzeggio o anche il potenziale ricettacolo di gruppi più o meno organizzati, di singoli più o meno feroci.
In America si fa, in America si può. Ed è Barack Obama che lo fa, ed è Barack Obama che può. Il presidente spacciato per buono non tollera come i suoi predecessori. Il suo entourage neanche, la giustizia della sua amministrazione ancora di meno. Se riguarda lui nessuno ne fa una questione di Stato: i giornali italiani che l’hanno venduto per quello che non è, non commentano: cronaca, please. Cronaca separata dalle opinioni, perché che c’è da chiosare su una psicolabile che vuole ammazzare la first lady? Se l’America decide di metterla in galera vuol dire che è giusto così, perché questi sono gli Stati Uniti di Obama, mica quelli di Bush. Questi sono buoni, corretti, garantisti. Così il giorno dopo l’elezione del presidente Usa un ragazzo di 21 anni scrisse una mail in cui diceva di voler uccidere Barack: arrestato e condannato a tre anni di carcere. Noi invece siamo l’Italia, allora se uno prova a proporre di fermare chi minaccia on line o chi esalta Massimo Tartaglia, arriviamo subito alla fine di tutto con una parola: fascismo. Duce, gran consiglio, squadracce. Poi silenziatore, oppure «legge bavaglio» o ancora «limiti alla libertà d’espressione» e quindi inconstituzionalità e quindi di nuovo fascismo.
Mettere il cerotto a Facebook è da regime iraniano. Chiunque pensi di controllare il web e i social network come faceva la Stasi con i telefoni di mezza Germania vuol distruggere quello che siamo. Però si potrà fermare un violento o no? Uno scrive quello che gli pare, poi se ne assuma la responsabilità. Politica o penale. Prendi il tuo computer e minacci qualcuno: lo vuoi morto, fai il tifo per chi vuole ucciderlo, speri che qualcuno lo uccida per te. Libero di farlo e libera la polizia di venirti a prendere senza essere fascista.