LA LEZIONE DEI GARRONCINI

Anche quando parliamo di imprenditori, così come quando ci occupiamo di politica o di qualsiasi argomento dello scibile umano, da queste colonne cerchiamo di essere equilibrati. Di giudicare laicamente, senza preconcetti di alcun genere. Dovrebbe essere qualcosa di ovvio, scontato. Eppure, a Genova e nel panorama dell’informazione genovese, è tutt’altro che scontato e vale la pena di precisarlo.
Ad esempio, quando parliamo della famiglia Garrone. Da un lato, quello sportivo, credo che siamo stati fra i più severi critici di alcune scelte del capostipite Duccio, che pure ha una serie di grandissimi meriti che ne fanno il migliore imprenditore genovese: ha creato e rinforzato un impero economico; è intervenuto più e più volte - dal Carlo Felice alla Fondazione Garrone - per cercare di dare un aiuto a Genova, città che ama moltissimo; ha salvato la Sampdoria dal fallimento mettendoci di tasca sua moneta sonante. Tutti grandissimi meriti che, però, non possono impedirci di criticare una certa politica della società sampdoriana troppo mirata a un’attenzione ai bilanci che spesso mal si concilia con il concetto di investimento sportivo e, soprattutto, della capacità di far sognare che ha il calcio; di sottolineare con la matita rossa o blu (non rossoblù, si badi bene, qui non si fa una questione di tifo) una certa tendenza all’esternazione facile da parte del patron doriano, con un eccesso di retorica moralisteggiante e battaglie dialettiche solitarie contro il Palazzo; di censurare alcune sue scelte un po’ umorali; di essere contrari (...)
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