La lezione di dignità dell’altra Italia

C’è un’Italia dignitosa, forte e generosa che purtroppo scopriamo, quasi sempre, quando l’ala della tragedia e della morte sfiora i nostri giorni e li fa vibrare con un’inusuale intensità. Un’Italia semisconosciuta, rocciosa e salda come le montagne, che si nasconde nella banalità del quotidiano e che però, di colpo, emerge quando è necessario e racconta storie che ci aiutano a vivere.
Penso alle donne che hanno accompagnato e ingentilito la breve esistenza di Nicola Ciardelli, il capitano della «Folgore» caduto a Nassirya che ieri a Roma ha ricevuto, insieme ai compagni morti in Irak, l’estremo saluto. Penso alla madre, Antonella Tomar, alla moglie Giovanna Netta, alla sorella Federica che hanno dimostrato un coraggio e una fermezza esemplari. Coraggio di donne, di creature pazienti abituate in altre stagioni ad aspettare notizie di soldati lontani, sospesi nell’oscurità di una sorte incerta, fra armi e agguati.
Tutte e tre, Antonella, Giovanna e Federica, non hanno avuto uno scatto, un parola stonata, un cedimento che pure si sarebbero giustificati per il lutto che le ha colpite. Soffrono e soffriranno, il dolore ha segnato le loro vite, ma pur fra le lacrime hanno sentito il bisogno di ringraziare chi è stato loro vicino in queste ore terribili e, soprattutto, hanno voluto ricordare il caduto testimoniandone i valori e il coraggio.
«Per me – ha detto Giovanna Netta – è come se fosse ancora in missione. Sarà sempre un ufficiale dell’esercito che ha fatto il suo dovere. E io sarò sempre orgogliosa di questo».
L’orgoglio del dovere compiuto, di una missione assolta fino all’estrema dedizione. «Lo immagino mentre mi sorride», ha aggiunto la giovane donna, che ha deciso di battezzare il suo bambino, il piccolo Niccolò, domani, nella chiesa di San Nicola a Pisa, alla presenza del feretro del padre. A testimoniare una continuità e una vicinanza più forti della morte.
«Era una persona eccezionale – ha detto ancora la vedova – era ed è mio marito, lo amo, sono fiera di lui e del corpo cui appartiene». Se i morti ci ascoltano, queste parole valgono certamente di più della promozione alla memoria subito disposta per il paracadutista.
E quando un cronista le ha chiesto di giudicare la missione italiana in Irak, la signora Ciardelli ha chiesto di rispettare il loro dolore. Non ha voluto dare spazio né alle speculazioni né alle polemiche politiche ed ha avuto poi modo di ripetere che ha sempre condiviso le scelte del marito, pur sapendo che le missioni comportavano gravi rischi.
Le stesse parole di orgoglio le hanno pronunciate la madre e la sorella dell’ufficiale ucciso, che hanno espresso anche la speranza che il sacrificio di quel coraggioso non sia inutile.
Dolore, non angoscia, non disperazione. Una dignitosa e consapevole accettazione della realtà, pur sapendo che un bambino di due mesi e mezzo crescerà senza padre. E se quel bambino volesse seguire le orme del padre? Non lo ostacolerebbero.
Le frasi di Leo Longanesi sono ancora godibili, ma in questo momento non mi va di sorridere alla sua battuta secondo la quale quella italiana è una bandiera bianca sulla quale sta scritto: «Tengo famiglia». Non è così. C’è la famiglia, ma c’è anche altro. Quando tutto sembra sprofondare e involgarirsi nelle confessioni televisive e nei reality show, le parole di tre donne scaturite dall’anonimato a causa di una tragedia ci restituiscono una fierezza dimenticata. C’è un’Italia profonda e tenace capace di impartire lezioni. Soprattutto a quei politici che con la morte, la pace e le ritirate giocano tutti i giorni, incapaci di interpretare un Paese che pure dovrebbero conoscere.