La lezione di Enzo Jannacci che la lirica ha dimenticato

A metà del suo show, Enzo Jannacci appende la giacchetta rossa a una sedia e va in un angolino. Restano a suonare i musicisti eccellenti guidati da suo figlio Paolo, che è pieno di talento. A un tratto, come in una ventata di memoria, insensibilmente schiudono un'introduzione ritmica ben nota; senza microfono, quasi a voce spenta - ma la sua voce roca e struggente, inconfondibile, compagna della nostra storia - Jannacci attacca: «Serom in quatter col Padula... ». È la canzone di quello che non tradisce, scritta da Giorgio Strehler, musica di Fiorenzo Carpi. Al ritornello, il pubblico capisce che cosa deve fare e, senza che nessuno glielo dica, canta, sottovoce, «Ma mi, ma mi, ma mi...». Siamo al Piccolo teatro in via Rovello, dove Strehler e Carpi erano a casa loro. È un'emozione, un momento di orgoglio e nostalgia: «Passione secondo Giorgio» mi mormora nell'intervallo un tale che l'ultima volta ho incontrato alla Passione secondo Matteo di Bach. Esiste qualcosa di troppo importante che la musica classica ha perduto; qualcosa che non si misura coi parametri dell'estetica, che l'autore non sceglie ma deve portare dentro e che la critica non può prevedere ed esaminare, ma ha un sentore inconfondibile di affetto e verità. Con la musica ufficialmente colta in questo siamo rimasti - o quasi - all'Inno alla Gioia della Nona di Beethoven, e a Va’ pensiero. Di chi del nostro tempo mai potremo dire, come D'Annunzio per Verdi, «Pianse ed amò per tutti»?