La lezione "eretica" di Gaber: il coraggio di non essere omologati

La tentazione, quella c'è sempre per tutti. Rimanere nel coro, seguire il binario, galleggiare nella fama già conquistata. Il conformismo, o chiamatelo omologazione, è un virus che contagia la stragrande maggioranza di artisti o cantanti, e non necessariamente si merita la bocciatura. C'è chi, pur volendo, non potrebbe fare altro e, per carità, non chiediamogli divagazioni imprevedibili, ché altrimenti è peggio. Ma per altri, fortunatamente, non è così. Per rimanere fuori dal coro ci vuole non soltanto una bella voce (leggasi talento). Ci vuole anche la forza di cantare più forte (leggasi coraggio). E se il coraggio è fatto di paura, come ha scritto Oriana Fallaci, è inevitabile che Simone Cristicchi ne abbia patito una bella dose quando, più o meno consapevolmente, ha seguito il proprio istinto. Aveva vinto Sanremo, era considerato uno dei cantautori più promettenti, aveva la benedizione della critica e della gente che piace.

Invece ciao.

Ha fatto altro. E come lui altri (pochi) cantautori italiani capaci di lasciare l'alveo della canzone popolare per diventare popolari davvero, e perciò unici. Come Giorgio Gaber. Anche lui, con brani come Torpedo blu o Goganga, a inizio anni Sessanta si era conquistato un enorme consenso di pubblico, era uno dei golden boy della musica leggera, carriera garantita a base di contratti e vendite discografiche allora davvero esaltanti. E invece si inventò il teatro canzone, trovò sale vuote o semivuote ma poi si rivelò uno degli artisti più coraggiosi del Novecento. Aderì alla cosiddetta «eresia della libertà» che è formalmente un ossimoro, ma sostanzialmente resta il vero crinale che separa il talento onnivoro e curioso da quello più conforme e pigro. Ebbe, da vero pioniere, la forza di resistere alla calamita delle ideologie quando le ideologie assorbivano - meglio: contaminavano - quasi tutta la produzione artistica e musicale. Fu un profeta del dubbio con la certezza di essere libero.

Altri tempi.

A seguire quella strada, quella che porta fuori dai banchi del coro ma lascia comunque i riflettori accesi, sono stati in pochi e oggi Simone Cristicchi è realmente una mosca bianca in uno scenario assai omologato, per inguaribile paura o spicciola convenienza. È passato dal tormentone estivo alla ritirata dell'Armir, dal Coro dei Minatori di Santa Fiora al canto anarchico Stornelli d'esilio con una curiosa voracità agile e soprattutto libera. In Italia, si sa, la libertà è quella cosa che ti porta a essere, di volta in volta, criticato da chi prima ti esaltava e viceversa. Così è accaduto a Gaber. E così, in altri contesti e senza paragoni, sta capitando anche a Cristicchi, che molti festeggiarono al Festival di Sanremo per la poesia scarna del brano scritto dopo avere visitato il manicomio di Girifalco (Ti regalerò una rosa) e poi criticarono perché aveva osato illuminare a teatro le pieghe sanguinose delle foibe con Magazzino 18. Dopotutto, chi si mantiene sempre libero obbliga gli altri a fare i conti con le proprie schiavitù ideologiche.