Lezione di ignoranza

Quasi sempre i problemi della filosofia e quelli della teologia appaiono astrusi, complicati e, diciamolo pure, inutili. La filosofia tratta le questioni inerenti alla conoscenza, alla morale, all’estetica, argomenti teorici, astratti che poco hanno a che vedere con la concretezza e con la praticità della vita. Non parliamo poi se dalla filosofia passiamo alla teologia, cioè ai problemi inerenti all’esistenza di Dio, alle forme della sua rivelazione, al dogma, alla fede. Tuttavia le cose non stanno così: l’idea che i problemi affrontati dalla filosofia e dalla teologia siano campati per aria, quasi fossero esercizi accademici di imperdonabili sognatori, è totalmente sbagliata.
Una premessa doverosa, ora che si sono placate le polemiche suscitate dalla lezione tenuta da Papa Benedetto XVI all’università di Ratisbona. La cosa da sottolineare è che le critiche al Pontefice non sono state provocate dalla sua riflessione dottrinaria, bensì da relazioni, supposizioni, interferenze tra i contenuti teorici della lezione e la realtà sociale, politica e religiosa esistente. E tutto questo a testimonianza, appunto, di come filosofia e teologia non siano affatto estranee al mondo in cui viviamo. Ma si deve fare un’altra sottolineatura: a parlare all’Università di Ratisbona erano, per così dire, due persone in una. Il professor Ratzinger, il teologo che in quell’ateneo aveva la sua cattedra, e il Pontefice, il capo spirituale della fede religiosa più seguita dagli uomini della terra. È evidente che, se la lezione universitaria fosse stata tenuta soltanto dal professore tante polemiche e tanti attacchi non ci sarebbero stati. Reazioni e proteste del mondo islamico sono nate perché si è voluto, più o meno pretestuosamente, trasferire la problematica teologica (l’argomento della lezione era: ragione e fede) in una questione politica basata su presupposti religiosi. Ciò che ha consentito questo passaggio dalla teologia alla politica, in realtà sempre molto complesso, è stata una citazione. Citare significa nominare. Quando il filosofo o il teologo inseriscono nel loro testo una citazione, questa serve a fare luce sul ragionamento. Ma soltanto chi è davvero allenato allo studio della filosofia e della teologia comprende che la citazione non è, paradossalmente, una frase, ma un nome, una sola parola che si inserisce nel testo. Se, per esempio, all’interno di una frase mi capita di scrivere «sempre caro mi fu quest’ermo colle», significa che intendo «nominare» l’idea della solitudine, dell’abbandono. La citazione leopardiana è, per così dire, una parola sola che, in quanto tale, deve essere compresa nel mio scritto in cui sosterrò l’aspetto positivo o negativo della solitudine, dell’abbandono, ecc., ecc.
Perché la citazione in un testo filosofico o teologico è importantissima per affrontare una tesi? Perché il nominare attraverso le citazioni rappresenta l’unico modo possibile e proponibile per confrontarsi con il passato. La citazione nomina i significati e i valori della tradizione attraverso il linguaggio di un testo. Se ora riprendiamo il verso di Leopardi, è evidente che non c’è un granché da capire: al poeta piace quel colle solitario. Ma se io lo cito all’interno di un testo per nominare la solitudine, quindi riferendomi a quell’idea proprio attraverso il pensiero poetico di Leopardi, chi può davvero capirmi? Chi appartiene alla mia tradizione.
Il musulmano che fraintende la citazione fatta dal professor Ratzinger dell’imperatore bizantino Manuele II Paleologo, se è sincero con se stesso e non fa il provocatore, in realtà non fraintende quella citazione: non la capisce del tutto. È come se, mi si perdoni la semplificazione, in una lettera scritta in italiano mi trovo una parola cinese: io non fraintendo quella parola, bensì non la capisco del tutto. E allora, con umiltà, mi devo arrendere di fronte alla mia ignoranza e tacere. I musulmani non si sono arresi, non hanno taciuto di fronte alla loro ignoranza: con umiltà avrebbero dovuto approfondire il testo del Pontefice. Certo, caro lettore che mi hai seguito fin qui, posso ammettere che tutto questo discorso per spiegare perché i musulmani che incendiano l’effigie del Papa non sono umili, forse era superfluo.