La lezione di Londra: battuti i teppisti viziati

Le nebbie londinesi si diradano e la fisionomia dei rivoltosi - e delle loro vittime - comincia ad apparire un po’ più netta.
Netta e con qualche sorpresa. Chi infatti è stato sovente dipinto nei giorni scorsi come un «disadattato di periferia», un «escluso dal benessere», un precario senza futuro con davanti a sé un inevitabile (e per qualcuno ammissibile) destino di rabbia sociale ed esasperazione, si rivela essere un figlio di papà che tra il lusco e il brusco, una birra e una vetrina rotta, un lancio di pietre e un incendio al magazzino della Sony, è riuscito a mettere insieme 225 milioni di euro di danni. Non tutti i rivoltosi appartengono a questa categoria, per carità. C’è nella loro violenza qualcosa che va capito, sebbene questo «dibattito sociologico», come ha detto il vicepremier Nick Clegg alla BBC, «è da rimandarsi al futuro. Per ora è più importante la sicurezza». Tuttavia, ritrovare tra i rivoltosi figure come quella della diciannovenne Laura Johnson potrebbe pericolosamente portare il suddetto dibattito verso la city e non certo verso le periferie. Figlia di un dirigente d’azienda con villa nel Kent, matricola a «Exon», università chic nell’Inghilterra sudoccidentale, e ancor prima studentessa alla St Olave’s, quarta miglior scuola del Paese, sembrerebbe un caso alla «Meno di zero» di Bret Easton Ellis: gioventù miliardaria con frenesie teppistiche. Tuttavia Laura Johnson non è la sola a essere stata pizzicata dalla polizia su un’auto carica di 5mila sterline di merce rubata, soprattutto beni elettronici di fascia «consumer» come cellulari e videogiochi. Non è stata l’unica a mettere a ferro e fuoco la città per i suoi capricci. Alexis Bailey, 31 anni e un lavoro regolare, Christopher James Harte, muratore ventunenne con la passione per le T-shirt griffate (possibilmente gratuite, da prelevare dopo aver sfondato una vetrina), il postino Jeffrey Ebanks e suo nipote, 32 e 18 anni, stessa passione «ladruncola», ma per televisori e computer: tutti casi presi in consegna dai tribunali inglesi nelle ultime quarantotto ore. Accanto a questi, è vero, hanno agito molti disoccupati, precari ed emarginati. Ma la loro condizione non è stata un attenuante per la gente comune: sfruttando una legge che obbliga la Camera dei Comuni a discutere un argomento se viene raccolta una petizione di almeno 100mila firme, già 80mila inglesi hanno firmato per proporre che ai rivoltosi venga tolto il sussidio di disoccupazione e qualsiasi altro aiuto pubblico.
E poi ci sono, come in tutti i pogrom e i disastri vandalici di questo tipo, i piccoli grandi eroi. Anche qui una sorpresa: chi se li figurava conservatori, attaccati alla stabilità sociale più che a qualsiasi altra cosa, fautori della repressione senza se e senza ma, potrebbe meravigliarsi di trovare tra di loro immigrati, operai, negozianti di quartiere. Tariq Jahan è l’uomo che nella notte di mercoledì a Birmingham accorse sul luogo dove tre giovani - usciti in strada per difendere il loro quartiere - erano stati investiti da un’auto pirata: per scoprire che uno dei tre, Haroon, era suo figlio. Tenta su di lui la rianimazione cardio-polmonare, si ritrova le mani e il volto coperti di sangue, ma non c’è niente da fare. Haroon aveva 21 anni, gli altri due, Shahzad Ali e Abdul Musavir, erano fratelli: 31 e 30 anni. Shahzad aveva un garage dove lavorava anche Haroon e si era appena sposato, sua moglie è incinta di quattro mesi.
Gente semplice, immigrati di prima e seconda generazione, che è stata travolta da un’esplosione di violenza inattesa che qualche commentatore ha voluto reclutare, quanto ad impeto politico ed emancipatorio, a quelle che hanno avuto luogo in nord Africa nei mesi scorsi. Un azzardo non solo politico, ma morale, a cui David Cameron ha posto subito un freno. Dopo aver promesso, infatti, indennizzi a tutti i residenti e proprietari di negozi danneggiati dagli scontri, pure quelli che non assicurati, ha lasciato intendere che «la responsabilità dei crimini ricadrà sui criminali», e non sull’Inghilterra.