La lezione del maestrino Scalfari

C’è da credere che, se Dio gli concederà un'altra decina d'anni di vita (glielo auguro di tutto cuore), Eugenio Scalfari finirà con l'esprimersi unicamente per massime e sentenze. È la tendenza dei suoi interventi, da qualche tempo a questa parte. Nessuno straccio di giustificazione per le sue affermazioni: basta la parola. Il fatto che, nell'editoriale di Repubblica di ieri dal titolo «I cattolici e il re senza corona», Scalfari descriva Comunione e Liberazione esattamente come avrebbe fatto trent'anni fa («il crocefisso brandito come una clava e la Compagnia delle Opere come un salvacondotto sulla strada del paradiso») dà da pensare sulla velocità con la quale Scalfari si procura le notizie. Altre volte sembra essere in possesso di informazioni esclusive, come quando sostiene che, al modo dell'Opus Dei, «anche Cl vorrebbe diventare una prelatura». Non so chi gliel'abbia detto, ma è sicuramente sbagliato: don Giussani non ha mai voluto la prelatura, che rappresenta uno statuto ecclesiale piuttosto lontano dalla natura di Cl. Il suo fondatore ha sempre considerato discriminante la dipendenza delle comunità di Cl dall'autorità ecclesiastica locale. Questo è solo un esempio. Un altro, di consistenza maggiore, riguarda l'idea di scuola che don Giussani ha propugnato per tutta la sua vita, e che Scalfari crede di poter liquidare con quattro osservazioni che, a occhio e croce, devono essergli spuntate dalla penna lì per lì, mentre scriveva.
Le riassumo brevemente. 1) Chiedere il finanziamento statale e l'equiparazione delle scuole cattoliche a scuole pubbliche implicherebbe lo stesso trattamento per scuole musulmane, valdesi ecc. 2) Ciò impedirebbe la formazione di una coscienza interetnica e interculturale. 3) Lo Stato, oltre a finanziare, dovrà pur controllare gli standard educativi e formativi. 4) La scuola pubblica, a questo punto, dovrebbe accentuare le sue caratteristiche laiche. I problemi in realtà sono un po' più complicati di così. In ogni caso, anche rimanendo a questa griglia elementare, resta ad esempio da discutere se affidare l'istruzione interamente allo Stato (e alla cultura di Stato) costituisca una buona garanzia per la formazione di una coscienza realmente interculturale (io diffido un po' dell'interculturalità del gel e dell'hamburger). O se la scuola di Stato debba essere costretta, dopo aver sborsato i soldi per finanziare le scuole religiose (o atee, perché no?), ad accentuare le sue caratteristiche laiche. Perché mai? L'idea educativa di Cl è totalmente laica. Quello che Scalfari finge di temere è piuttosto un regresso laicista (e quindi ideologico, altro che «super partes») della scuola di Stato. Quello che teme davvero è il principio di sussidiarietà, che sposterebbe l'attuale idea di Stato verso un'immagine meno mastodontica.
Scalfari dovrebbe studiarsi meglio l'idea di scuola di Cl, che nasce da una preoccupazione non peregrina non solo per il destino dei cattolici, ma per l'uomo e per l'intera società del nostro tempo. Qui c'è di mezzo l'uomo, non bruscolini. Quando sostiene che «l'idea di scuola di Cl (...) è in realtà un non-senso, non incrocia nessuno dei problemi del presente e del futuro», dovrebbe anche spiegarci quali sono questi problemi e perché proprio quelli. Comunque sia, se non lo farà non ne saremo desolati.
La mia impressione è che il Nostro non riesca a liberarsi di una sindrome tipica della sua generazione: quella di leggere i fatti umani in chiave puramente ideologica e di potere. Cattolici, comunisti, valdesi, musulmani, liberali eccetera sembrano ridursi ad altrettanti fautori di progetti e programmi da applicare e realizzare. Tutti a sventolare bandiere, tutti un po' ottusi, visionari, ultimamente intolleranti. Meeting di Rimini, Festa dell'Unità: stessa roba.
Be', non è così. Qualche principio in meno e un po' di conoscenza sul campo in più non guasterebbero. L'uomo agisce per moltissime ragioni, la complessità e la drammaticità della vita sono infinitamente maggiori della ricerca del potere. Forse sarebbe il caso che Scalfari si muovesse un po', che andasse per esempio non diciamo in Libano o in Irak ma anche soltanto a visitare il Meeting, incontrare la sua gente, capire l'interesse che la muove. E non per cambiare idea a tutti i costi, ma - magari - per migliorare la propria, aggiungendole quel rispetto e quella stima per chi la pensa diversamente, che sono il presupposto del successo. Per battere l'avversario, dicono i campioni di boxe (che se ne intendono), bisogna rispettarlo e conoscerlo. Tra i molti tentativi che Scalfari ha fatto per liquidare Cl, questo gli manca.