La lezione di Maroni al salotto chic: ecco come si combattono le mafie

Il ministro in studio dopo l’attacco alla Lega: «Accuse offensive,
arresti in altri partiti». Poi illustra i successi del governo. Fazio
imbarazzato: «Accettato volentieri come ospite»

Fabio Fazio è contento. E così siamo contenti tutti. Non c’è stata la stretta di mano tra i due Roberto, Maroni e Saviano, perlomeno non in pubblico. Dietro le quinte degli studi Rai, sì. Senza rancore. Polemica chiusa, dunque. Ma senza sconti. In tre minuti, Maroni ha dimostrato al salotto chic di «Vieni via con me», che la realtà è ben diversa da quella descritta con faziosa approssimazione da Saviano, una settimana fa.
In realtà sarebbero bastati cinque secondi, quando ha puntualizzato che «l’infiltrazione della ’ndrangheta al Nord è nota da almeno tre decenni». Roba vecchia, dunque. Lo scoop è un altro e riflette una realtà che Saviano si ostina ad ignorare. Quello che dimostra come l’Italia, finalmente, stia lottando - sul serio - contro la malavita organizzata. Ed è uno sforzo corale: governo, magistrati, forze dell’ordine. Uniti. Senza polemiche, senza grandi riconoscimenti pubblici, senza la ribalta televisiva. In questi due anni sono stati arrestati 28 dei 30 superlatitanti più ricercati, finiti in regime di carcere duro.
Saviano invita a colpire gli interessi economici della camorra al Nord? Maroni è d’accordo, ma la sua, ancora una volta, non è una promessa. È una constatazione. In questi anni lo Stato ha sequestrato 35mila beni, pari a 18 miliardi di euro. Cifre che Saviano evidentemente non sa o non vuole ricordare, come le norme sulla tracciabilità delle aziende che ottengono gli appalti pubblici.
Il ministro non nega che la politica possa essere contaminata dalla malavita, ma ricorda le operazioni Cerberus, Parco sud, Infinito, crimine che, al Nord, «hanno portato all’arresto di diversi politici di altri partiti, ma non della Lega». «Mi chiedo, allora, perché indicare solo la Lega?».
Già perché? Maroni definisce le affermazioni di Saviano «ingiuste e offensive». Fazio incassa e non replica. Alla fine si concede solo una frecciatina. Gli chiede: ma se in futuro dissento sul suo operato di ministro degli Interni, posso venire a fare il ministro per una settimana? Maroni sta al gioco. E accetta la proposta dello scambio ruoli per una settimana: «Magari, così vado al mare». Polemica chiusa, almeno per ora. Chissà se Saviano risponderà davvero alla domanda di Maroni: perché ha citato, a sproposito, solo la Lega?
Tutto questo al termine di una settimana di fuoco. Saviano contro Maroni, Maroni contro Saviano. Duelli feroci e quasi più politici che giornalistici, in una continua sovrapposizione di ruoli e di impressioni. La tv si confonde con la realtà, la politica con il giornalismo, l’inchiesta con la fiction. Quando pronuncia i suoi sermoni, Saviano non sembra uno scrittore, ma il leader di un partito; l’eroe che riesce a rivitalizzare la platea progressista e antiberlusconiana, che non appena vede Bersani cambia canale e alle primarie vota contro di lui. Saviano riempie un vuoto. A modo suo.
La polemica di una settimana fa si è sviluppata partendo non da un fatto circostanziato e spiegato con chiarezza ai telespettatori, ma da una generalizzazione arbitraria, tipica del comizio politico. Ma quando il ministro dell’Interno ha protestato, pretendendo le scuse, Saviano, anziché abbozzare, ha rilanciato, come un navigato demagogo, paragonando Maroni a Francesco Schiavone, detto Sandokan, il capo della camorra.
Il seguito è noto. La minaccia di querela annunciata dal ministro leghista, il rapporto della Dia, diffuso mercoledì mattina, che inizialmente sembrava confermare le accuse di Saviano, ma che dopo qualche ora viene eclissato dalla cattura di Antonio Iovine, uno dei superlatitanti casalesi. Maroni che abbassa i toni della polemica, invita lo scrittore-guru alla ragionevolezza, ma continua a pretendere, giustamente, una controreplica in diretta tv, che gli autori di «Vieni via con me» tentano inizialmente di negare, secondo logiche davvero singolari, come se il Verbo del Profeta, ovvero di Saviano, non potesse essere contraddetto.
Invece alla fine si è giunti a un compromesso in perfetto stile Rai. Nessun discorso per il ministro, ma sì alla lettura di un elenco di tre minuti. Pochi, ma sufficienti per indurre il pubblico di Fazio e Saviano ad ascoltare un’altra verità. A prova di smentita.