La lezione del Milan vincente

Cosa insegna il Milan (la squadra di calcio)? Risposta: a fare politica. No, non è il delirio di un tifoso andato via di testa dopo il successo trionfale della squadra, ma il suggerimento per una breve riflessione. Ogni avvenimento che ha una risonanza sociale e mediatica di grandi proporzioni oltrepassa la specificità del fatto in sé e diventa, lo si voglia o meno, una questione che riguarda tutti.
Chi ha avuto l’opportunità o l’occasione di osservare da vicino i tifosi milanisti, nel loro modo di vestirsi, di atteggiarsi, di comunicare, si accorgerà facilmente che rispecchiano la composizione sociale che ha reso importante - economicamente e culturalmente - Milano. Tra loro prevale la borghesia media delle imprese e il mondo dell’artigianato e del commercio. C’è il tifoso che esibisce l’abbigliamento sportivo Armani, con l’aria apparentemente trasandata ma in realtà molto curata nei dettagli: un vero snob, e, fianco a fianco a lui si può vedere il signore con l’abito della festa, comprato ai grandi magazzini, talvolta perfino con il borsello. Ma soprattutto le donne (le donne che accompagnano i loro uomini) sono esempi straordinari nel proporre il tipo umano milanista. Ci sono quelle che camminano lungo i corridoi delle gradinate come se fossero su una passerella, sperando di avere su di sé tutti gli sguardi di chi è in attesa dell’inizio della partita. Oppure ci sono le signore Maria, assolutamente indifferenti alle decine di chili in più che circondano le loro pance e i loro sederi, soltanto preoccupate di essere sufficientemente decorose in onore del Milan e della giornata di festa. Ma tutte e tutti, raffinati e ordinari, sofisticati o semplici, stanno bene insieme. E la cosa affascinante è che sembrano insieme non tanto perché sono chiamati ad assistere allo stesso spettacolo, quanto per il fatto di condividere, pur in modi diversi, uno stesso sentimento della vita.
Questo popolo è una realtà politica, quella che è sempre stata in prima fila per rendere importante Milano, quella che non si è risparmiata nella ricostruzione della città nel dopoguerra, che l’ha rilanciata agli inizi degli anni Sessanta, quella della Milano da bere.
Una quindicina di anni fa l’intuizione vincente di Berlusconi fu di dare, attraverso Forza Italia, una rappresentanza politica a questa realtà sociale, riproponendola a livello nazionale. Senza dubbio, ci sono tifosi milanisti che non votano Berlusconi, eppure anche loro, quando guardano il Milan, quando pensano al Milan, sono tutti per «Silvio», e insieme agli altri fedelissimi costituiscono quel nucleo essenziale che è l’anima stessa di Forza Italia.
C’è un coro di tifosi milanisti in cui si dice che, comunque sia e comunque vada, la squadra non verrà mai abbandonata. È molto di più di un coro da curva: esprime lo spirito costruttivo, propositivo di chi ama Milano, di chi vuol vedere crescere il proprio Paese.
E si consideri come controprova di quanto ho detto quel mondo sensibilissimo nel captare le psicologie delle persone che è quello dei comici.
Teocoli, Boldi, Abatantuono, Ugo Conti, sono tutti milanisti. La loro è una comicità mai risentita, mai rancorosa nei confronti di Milano. Amano Milano e amano il Milan, divertono con spensierato umorismo, con la battuta salace che mette in ridicolo, ma non umilia, non offende. Comici, invece, come Paolo Rossi, Bertolino, scrittori come Michele Serra o Severgnini, che non sono comici, ma scrivono libri leggeri per tutti, hanno sempre una sottile e mai celata aggressività verso Milano, sono caustici e impietosi verso le debolezze di quell’Italia che esprime il ceto medio imprenditoriale, artigianale e commerciale, quello cioè fondamentale nel costituire il tessuto sociale produttivo della metropoli lombarda e dell’intero Paese. Quei comici e scrittori - guarda il caso - sono tutti interisti. Loro perdono quasi sempre, e quando vincono non sanno più cosa significhi vincere. Ti presentano la loro vittoria come un risarcimento di torti subiti o, peggio, come una vendetta finalmente ottenuta.
E allora, è ancora così fantasioso sostenere che il Milan insegna a fare politica? È tanto arbitrario dire che il tipo umano milanista e il ceto sociale di Forza Italia sono il motore del Paese? Non hanno lo stesso carattere vitale, propositivo, costruttivo... vincente?
Stefano Zecchi