LA LEZIONE DI OLIVIERO

Penso che, se chiedessi ai nostri lettori qual è il politico che sopportano di meno, Oliviero Diliberto raggiungerebbe risultati plebiscitari. Dei suoi eccessi verbali ci siamo occupati ieri nelle pagine nazionali, il suo pensiero vetero comunista è noto, il suo grand guignol applicato alla politica è ormai una cifra stilistica.
Eppure, oggi, io sono qui a raccontarvi che molti esponenti del centrodestra hanno tanto da imparare da Oliviero. O, perlomeno, dal Diliberto che abbiamo sentito l’altro giorno in piazza Matteotti.
Calmi, calmi, prima di intonare il ritornello del Giornale bolscevico e di Lussana «comunista!», caro a chi ci conosce poco e male, seguitemi nel ragionamento. Che è tutto stilistico e di metodo, non di merito. E, se permettete, chiamo a mio testimone un insospettabile: il leader del Popolo della libertà Silvio Berlusconi. Ricordo che un giorno, in una conferenza stampa a Cagliari, prima che il Cav. vincesse le elezioni del 2001, lo provocai chiedendogli che ministri si sarebbe preso del governo del centrosinistra. E gli feci provocatoriamente proprio il nome di Diliberto, che da ministro della Giustizia firmò insieme a Marcello Pera una straordinaria riforma come l’inserimento in Costituzione del giusto processo. Insomma, eccessi sulla Baraldini a parte, Oliviero non fu un cattivo Guardasigilli, tutt’altro. E Berlusconi lo riconobbe a modo suo, con parole che suonavano pressappoco così: «Credo che ci sia in Diliberto un fondo di buono che ogni tanto non viene soffocato dal suo essere comunista».
Certo, era un altro Diliberto, non ancora fagocitato dalla smania di differenziarsi e di rendere il suo brand più a sinistra della sinistra. Ma quel pensiero, in parte, è ancora valido. Ed è valido, soprattutto, nella passione che il leader del Pdci mette nei suoi comizi. Quello di martedì pomeriggio a piazza Matteotti è stato un capolavoro, da questo punto di vista: critiche e autocritiche («dovrebbero darci l’Oscar della stupidità umana per non aver fatto nemmeno stavolta la legge sul conflitto di interessi»); battute («l’altro giorno, vedevo Calearo in tivù...Intendiamoci, non è che l’ho cercato, ci sono capitato facendo zapping, non mi voglio così male»); autoironie («Del Parlamento mi mancherà solo l’immunità, con quello che dico...»).
Ma, a parte il contenuto del comizio, a fare la differenza è stato il carico di passione, quasi commovente a tratti, forse calcolatissima ma che sembrava verissima, che ha portato alle lacrime la capolista al Senato della Sinistra Arcobaleno Cristina Morelli. Ma Cristina, si sa, è un cuore di panna.
Eppure, lacrime a parte, Oliviero ha calibrato bene il cocktail dialettico: il nonno ferroviere con nove figli a carico; la lavoratrice precaria licenziata dalla Provincia di Genova dopo sette anni di contratti; il rischio di tornare all’avviamento a scuola; la paura di un nuovo caporalato e, soprattutto, le citazioni di Enrico Berlinguer e il klimax dialettico con cui ha raccontato la sua gioia di restare fuori dal Parlamento per lasciare spazio a un operaio della Tyssen: «La gente ci dice che siamo uguali agli altri. Io ho provato a essere diverso. Avrei potuto chiedere di restare fuori dalla lista a uno dei miei dirigenti, a Licandro candidato qui in Liguria, ma come avrei potuto guardarmi allo specchio mentre mi facevo la barba la mattina dopo?». Su, su, quasi epico: «E invece mi sono chiesto cosa potevo fare io, io come persona, per essere diverso. E ho fatto questa scelta di tornare a fare politica da militante, come facevo da ragazzino, come voi. E la mia sfida agli altri leader della sinistra è di fare altrettanto. Ho imparato da Berlinguer la sobrietà nei modelli di comportamento».
Poi, magari, l’anno prossimo va all’Europarlamento. Ma intanto lo dice e riscalda i suoi. Così come li riscalda quando dice che «resta fedele agli ideali comunisti di Berlinguer». Io, ovviamente, non condivido una riga di questa roba, ritengo il comunismo una sciagura e Berlinguer un leader che sbagliò quasi tutto quello che si poteva sbagliare. Ma direi il falso se non dicessi che, con queste parole, Diliberto ha scaldato il cuore della sua piazza. Come non aveva fatto Walter Veltroni nella stessa piazza Matteotti, (...)
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