La lezione della via Paal

Se non è stato letto, si ricorderà il titolo I ragazzi della via Paal, scritto all’inizio del secolo scorso, 1907. Il libro, per convenzione, appartiene al genere «per ragazzi», in realtà dovrebbero leggerselo gli adulti. Si tratta di un vero e proprio manuale del bullismo. In quel romanzo i gruppi - o meglio dire: le bande - hanno i loro capi, i loro vice, i soldati semplici, i tribunali, le sentenze, le esecuzioni delle sentenze, i feriti leggeri e i feriti gravi.
Lo scarso amore per la lettura da parte dei giovani ha almeno il vantaggio di tenerli lontani da quel libro, peraltro affascinante nel modo in cui rende simbolico il rapporto degli adolescenti con i modelli di comportamento degli adulti. I «grandi» non si fanno le guerre? Non si radunano in gruppi per farsi le scarpe? I più forti non emettono sentenze per essere ancora più forti e liberarsi dei concorrenti?
Questi «grandi» non sono che i bulletti cresciuti della via Paal. Ormai non c’è giorno in cui aprendo il quotidiano non ci sia notizia delle gesta di bulli, a cui si dà tanto risalto perché, in realtà, sono il sintomo, prima di tutto, del disorientamento dei «grandi». E, infatti, basta leggere e guardare giornali e televisione per accorgersi che si sta facendo di tutta l’erba un fascio. Si mettono insieme le aggressioni delle bande giovanili e la violenza (sessuale e non) degli adulti sui ragazzi. Perché questa confusione che tende ad assimilare fenomeni diversi? Perché il loro denominatore comune è sempre il disagio dell’adulto nei confronti del ragazzo. Due sere fa nella trasmissione di Raidue Confronti il caso della professoressa nuda tra i suoi allievi veniva accostato a un filmato in cui si vedeva un professore incapace di tenere la disciplina e pesantemente umiliato dagli studenti. Il primo episodio era commentato con quattro volgari battute da osteria prese dal programma Markette, il secondo dicendo che il professore si sarebbe dovuto rivolgere al preside e alla polizia. Amen. Malinconica testimonianza di chi evidentemente non conosce né la scuola, né gli studenti, né come sono costretti a lavorare gli insegnanti.
Incominciamo allora a distinguere i fenomeni di bullismo da altre manifestazioni violente in cui in un modo o nell’altro sono protagonisti i ragazzi e chiediamoci chi sono le vittime predestinate delle bande giovanili. Si dice: «I diversi». D’accordo, ma che tipo di «diversità»? Quella che esibisce il «troppo» o il «troppo poco». Si colpisce chi è troppo bravo a scuola o chi è somaro, chi è troppo ricco o troppo povero, chi è troppo alto o troppo basso, chi ha successo con le ragazze e chi no. E infatti l’aggressione è sempre perpetrata di fronte agli altri compagni, perché il gesto è dimostrativo e imperativo, adesso, per di più, immortalato dai telefonini.
I ragazzi cattivi sono una vecchia verità e scoprirla adesso è da sprovveduti. La novità è il rapporto diverso con gli adulti, in particolare con il padre che non è più né un modello né un argine per il figlio adolescente. I padri dei ragazzi della via Paal, che poi erano come i nostri padri di un tempo, grazie alla loro autorevolezza potevano dare ai figli un messaggio solo apparentemente contraddittorio: a) rispetta gli altri e impara le buone maniere; b) fatti rispettare, non fare il frignone, non lasciarti sottomettere. Così, noi ragazzi, ci dovevamo arrangiare gestendo alla meglio la doppia verità dell’educazione paterna: essere rispettosi, ma anche dare un cazzotto quando ci voleva. E proprio l’indiscutibile autorevolezza del padre poteva rimproverarci di sbagliare sempre, sia quando porgevamo l’altra guancia, sia quando mollavamo un bel pugno per farci rispettare. Era così che, comunque nell’errore, cercavamo il nostro equilibrio.
I padri di oggi sono stati rottamati dalla società, non ci sono più, e se ci sono, sono considerati superflui: la società si è mammizzata grazie al femminismo, grazie alla cultura permissivista postsessantottesca, grazie alla stupidità dei giudici che danno sempre ragione alle madri nell’assegnazione dei figli in caso di divorzio, grazie al maschio che ha paura di essere maschio. La mammizzazione è permissiva: sgrida ma poi si commuove e giustifica. In questo modo anche il bullo cambia pelle e peggiora: quello della via Paal era violento ma, alla fine, capace di gesti coraggiosi nonostante tutto. Quello di oggi oltre ad essere violento è anche vile. E senza la figura del padre è un’illusione credere che si possa arginare il fenomeno del bullismo.