La lezione del Papa all’Occidente

Gianni Baget Bozzo

Il messaggio di Benedetto XVI per la giornata della pace è un testo unico, che si distingue da tutti quelli dei precedenti pontefici, sia per la forza del tema religioso che per il realismo dell'analisi. Non è un testo che segue le linee abituali, ma passa immediatamente dal tema della pace a quello della verità della pace. La parola «verità» è al centro del pensiero di Joseph Ratzinger, e lo è ancor di più in quello di Benedetto XVI. La «verità della pace» consiste nel rapporto di verità degli uomini con Dio. Il Papa non si riferisce alle cause politiche della guerra né ai mezzi politici per promuovere la pace; gli è ben chiaro che non è da una analisi dei rapporti internazionali e delle regole che vi governano che si attende un contributo dalla Chiesa.
Il Papa vede le cause della guerra nella mancanza della «verità della pace» che è il riferimento all'ordine divino e trascendente. La pace degli uomini dipende dal riconoscimento della verità di Dio e dai rapporti dell'uomo con Dio. La crisi del terzo millennio è nell’addensarsi di nuove nubi, diverse da quelle del secolo ventesimo, sul rapporto tra uomo e Dio. La Chiesa si limita così al suo essenziale e non diviene soggetto politico, o almeno lo diviene per ciò che le è proprio e non per interventi di carattere politico e diplomatico. Dal tema della pace a quello della «verità della pace» vi è un salto di qualità, che mostra come il Papa voglia fare della questione su Dio la vera questione, l'unica e ultima che conti e la prima che deve risolversi.
Di qui viene il testo fondamentale del messaggio, la condanna del nichilismo e del fondamentalismo fanatico come le forze che si oppongono alla verità della pace: «Il nichilismo e il fondamentalismo fanatico si rapportano in modo errato alla verità: i nichilisti negano l'esistenza di qualsiasi verità, i fondamentalisti accampano la pretesa di poterla imporre con le forze... il nichilismo e il fondamentalismo si trovano accomunati da un pericoloso disprezzo per l'uomo e per la vita e, in ultima analisi, per Dio stesso: il nichilismo ne nega l'esistenza nella provvidente presenza nella storia, il fondamentalismo ne sfigura il volto amorevole e misericordioso».
Siamo così giunti al cuore politico del messaggio, che è il problema del terrorismo. Qui sta il realismo dell'attuale pontefice, che, per la prima volta, sottolinea che nel terrorismo sono presenti «le più profonde motivazioni culturali, religiose e ideologiche». Così viene riconosciuta per la prima volta in un discorso papale la matrice del terrorismo nel fondamentalismo islamico: una novità nel linguaggio papale circa questo fenomeno, un rifiuto di censurare con eufemismi le ragioni fondamentaliste islamiche del terrorismo.
E il nichilismo è visto come ciò che, demotivando il mondo occidentale dall'idea di avere un senso e un riferimento alla verità trascendente, distrugge le capacità creative dell’Occidente perché trasforma la vita umana in un non senso, che non ha altra utilità che se stessa.
Alla mancanza di identità dell'Occidente («l'Occidente non si ama», ha scritto il cardinale Ratzinger), corrisponde una super motivazione del fondamentalismo islamico che coinvolge tanta parte del mondo musulmano. La Chiesa è ricondotta così a se stessa, ma fa del suo problema il centro dei problemi del mondo. La Chiesa cattolica vive sempre in un'ottica occidentale anche quando non lo vuole ammettere, perché tale è il mondo di cui essa è la radice. Ma poche volte ha, negli ultimi decenni, assunto un'ottica comprensiva direttamente dei problemi che, ad un tempo, unificano l'Occidente e dominano il mondo. In un modo o nell'altro, nella conformità all'Occidente come nella contestazione di esso, l'Occidente è il cuore e il pensiero della comunità mondiale, anche se esso vive questa sua condizione come paura e come colpa.
Il realismo dell'attuale pontefice si esprime nella approvazione del «diritto internazionale umanitario»; e qui, singolarmente e inaspettatamente, elogia «i tanti soldati impegnati in delicate operazione di composizione dei conflitti e di ripristino delle condizioni necessarie per la realizzazione della pace». E qui si può pensare, certo, all'Afghanistan o ai Balcani, ma anche ad esempio all’intervento iracheno, o almeno di quello italiano in Irak. Proprio qui si situa l'elogio ai cappellani militari, certo un tema non presente nei messaggi sulla pace dei precedenti pontefici.
Questo è un testo innovativo e costituisce forse il documento più politicamente impegnativo di Benedetto XVI; indica il suo approccio religioso ai temi della condizione umana nell'Occidente e nel mondo. È raro trovare in un testo papale accenni al demonio dopo il Concilio Vaticano II; e per questo ci sembra opportuno lasciare alla fine la frase decisiva: «Chi e che cosa può impedire la realizzazione della pace? La Sacra Scrittura mette in evidenza la menzogna, pronunciata all'inizio della storia dall'essere dalla lingua biforcuta, qualificato dall'evangelista Giovanni come padre della menzogna». Sentire dire da un Papa che il diavolo è causa della guerra è un’affermazione vera, che proprio credo nessuno oggi si attendesse ma che il Papa teologo ha avuto il coraggio di pronunciare.
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