La lezione del professor Rossi al professor Musso

(...) So che molti lettori vorrebbero più sangue nel parlare del senatore che ha tradito il Pdl votando contro la fiducia al governo Berlusconi. Ma siamo capaci di lavorare solo così, provando ad essere onesti intellettualmente.
Il problema è che fare critiche, anche al Pdl e anche a Berlusconi, può essere sacrosanto. Anche e soprattutto se sono critiche che tendono a migliorare e ad evitare errori. Ma il problema è che il diritto di critica di un parlamentare «nominato» con questa pessima legge elettorale e non eletto direttamente, con i collegi o con le preferenze, è chiaramente depotenziato. Soprattutto, non credo che Musso abbia sbagliato ad «invocare» il Pdl o Scajola quando poteva fargli comodo (l’indicazione imperiale a candidato sindaco; l’averlo scelto come capolista per il Senato, in una posizione più che blindata; la scelta di non dimettersi dal consiglio comunale di Genova, perchè lo chiedeva il partito; la scelta di non dimettersi dal Senato, dopo l’indicazione di Gasparri e Quagliariello) e di essere indipendente dal Pdl - a volte anche molto giustamente - quando gli faceva meno comodo. Come se il partito fosse un menù alla carta, da cui prendere quello che si gradiva di più.
Poi, però, mi sono andato a leggere il dibattito dei giorni scorsi sulle dimissioni del senatore del Pd Nicola Rossi, dibattito al termine del quale Enrico Musso ha votato regolarmente. E ho letto delle cose bellissime: ad esempio, l’intervento del senatore del Carroccio Massimo Garavaglia che raccontava come lui, in commissione, quando parla Rossi si ritrova « a prendere appunti, come uno studente universitario, sui suoi discorsi mai banali e liberi».
Poi ho letto l’intervento del leader dell’Api e del Terzo Polo, lo stesso in cui si riconosce oggi Musso, Francesco Rutelli, che ha spiegato di come ci siano senatori che «si pongono questo interrogativo: come posso io, che non progetto di candidarmi domani alle elezioni su una piattaforma diversa da quella che attualmente non condivido, presentarmi davanti alla mia coscienza, alla vita parlamentare e agli elettori con le mie opinioni e un grado decente di rappresentatività e di credibilità?». Rutelli, in qualche modo, ricorda di aver contribuito al consenso del suo vecchio partito e, in fondo, è la stessa risposta di Musso.
A me, sinceramente, piace molto di più, moltissimo, la risposta di Nicola Rossi. Il senatore dimissionario dal Pd, in un’intervista al Mattino di Napoli citata da Rutelli, ha spiegato: «L’indipendenza di giudizio trova un limite nella legge elettorale. Mi sento nominato e per questo sento la mia indipendenza limitata. Non ho altra scelta che riprendermi la libertà riconsegnando la nomina».
Parole alte e nobili che hanno avuto un seguito in aula: «Nel corso di questa prima parte della legislatura, credo che i colleghi della maggioranza, in particolare quelli della commissione bilancio, abbiano sperimentato la mia nettezza nel contrastare interventi di politica economica del governo che ritenevo contrari all’interesse collettivo. In maniera non dissimile, i miei colleghi di partito hanno potuto registrare il mio dissenso rispetto a modalità di essere o di fare opposizione che ritenevo sterili, se non contrarie all’interesse generale. Diversamente che nel primo caso, nel secondo il mio dissenso di è espresso molto raramente in modo pubblico, perchè è mia convinzione che la disciplina di gruppo sia in tempi normali funzionale al corretto funzionamento di questa istituzione». Bellissime parole, capacità di volare alto, onestà intellettuale assoluta.
Ribadita ancora pochi minuti dopo da Rossi: «Questa indipendenza di giudizio - e qui mi riferisco solo ed esclusivamente a me stesso: non estendo questa argomentazione a nessun altro - trova un limite invalicabile nell’attuale legge elettorale, che priva i parlamentari della legittimità popolare senza la quale, e parlo nuovamente per me, non può esserci indipendenza di giudizio, con buona pace del dettato costituzionale. Avendo vissuto nel 2001 l’esperienza del collegio uninominale, mi sento oggi - e parlo ancora una volta di me - nominato, e non vedo altro modo per riacquistare anche solo in parte la mia libertà di azione e di giudizio, se non quello di rinunciare alla nomina».
Per la cronaca, come sempre accade quando un senatore si dimette (a meno che ci siano altre ragioni, come nel caso di Totò Cuffaro, per cui si è votato pochi minuti prima di Nicola Rossi), per motivi di cortesia istituzionale, le dimissioni del senatore del Pd sono state respinte: 62 favorevoli, 8 astenuti, 193 contrari. Per la cronaca, Rossi non ha chiesto nessuna autorizzazione a Gasparri e Quagliariello, ma nemmeno a Finocchiaro e Zanda, gli omologhi del Pd dei due leader del gruppo Pdl. Per la cronaca, la discussione delle dimissioni, non ha creato nessuno sconquasso politico-mediatico, al massimo qualche trafiletto o un articoletto sui giornali.
Bella lezione quella del professor Rossi. Anche per il professor Musso.
Massimiliano Lussana