A lezione di protesta: notte bianca in aula tra sbadigli e peluche

L’ultima trovata: sit-in persino alle elementari. Viaggio in un istituto della periferia di Milano dove mamme e maestri contro il ministro schierano i bimbi. Un docente: «Ma il sistema va riformato»

Notte bianca al Lorenteggio. Non proprio tutta: mezza notte, fino a mezzanotte. Di più, al momento, è difficile pretendere. Per quanto le strade siano chiamate con afflato da orto botanico, via Narcisi e via Anemoni, siamo pur sempre al Lorenteggio. Cioè un luogo di periferia con tanti problemi. Tutti riassunti e concentrati là dove si riassume e si concentra l’essenza stessa dei problemi di qualunque società: la scuola.
Il campus, chiamiamolo così, raccoglie cinque edifici, tre elementari e due medie. In tutto, centotrenta insegnanti e millecento alunni. Stasera, qui nell’elementare storica di via Narcisi, c’è più o meno il dieci per cento a tirare tardi contro la Gelmini. «Cosa vuole - mi spiega la maestra Domenica, insegnante di religione, donna paciosa e mansueta, esatto contrario dello stereotipo sindacalizzato e incazzoso - domani mattina la sveglia suona presto, da queste parti. Abbiamo tantissime famiglie di immigrati, gente che va in fabbrica. È già molto che siamo riusciti a improvvisare con la sola buona volontà questa serata».
Il ritrovo è dopo le sei. Per una volta, tempo prolungatissimo. La scuola, una di quelle scuole gloriose con i corridoi lunghissimi, i soffitti altissimi e i finestroni amplissimi, proprio una scuola come ce la ricordiamo noi genitori, apre ad «una lotta apolitica e apartitica: una lotta solo per i bambini, con i bambini». Lo precisa e lo sottolinea staccando le sillabe una maestra molto appassionata, ventisei anni di carriera, il suo bel concorso vinto in epoche giovanili, nota agli alunni come Cristina. È lei una delle anime e delle animatrici di questa kermesse al neon. Mentre vede sfilare i primi genitori, per la verità non tantissimi, cerca di precisare il senso della rivolta. Ascoltarla è come ripassare su un pratico bigino tutti i termini della convulsa questione nazionale. L’elementare italiana: «È una delle prime cinque al mondo: non lo dico io, lo dice un rapporto Ocse. E invece vogliamo smantellarla, per tornare alla scuola del 1955, quando bisognava insegnare a leggere e scrivere. Oggi i bambini arrivano che sanno già fare tutto. Non esiste che si torni nel secolo scorso». E via con il resto. Maestro unico: «Per noi la vita sarebbe pure più comoda. Un bambino non capisce, un altro ha problemi di dislessia? Si tira dritto. Un maestro solo non può fermarsi ad aspettare... ». Grembiule: «Un falso problema. Non è obbligatorio. Se una scuola decide di adottarlo, padronissima. Ma non è con il grembiule che si torna al rigore. È solo una questione di facciata». Lotta agli sprechi: «Siamo tutti d’accordo. Così come bisogna stroncare i fannulloni. Ma io ai bambini ho sempre insegnato che bisogna tutelare chi fa il suo dovere. Con gli insegnanti invece si spara nel mucchio: se mi ammalo tre giorni, perdo soldi. Anch’io, che non sono un’assenteista. Non è rispettare gli onesti, questo».
Lì a fianco, il maestro Rocco. Aperture: «La scuola è da riformare, come no. Però, santo Dio, ci vorrebbe un po’ di equilibrio. Dovrebbero prima ascoltarci. Qui invece tagliano drasticamente e noi dovremmo solo prenderne atto». Qualche genitore di colore, a rispettosa distanza, appoggia.
Se la Gelmini fatica a prendere sonno, in certe serate, è per via di questi potentissimi fischi nelle orecchie. A Milano, che certo non è l’epicentro delle notti bianche, una decina gli istituti che fischiano. Al Lorenteggio non sono neppure tanto integralisti, diciamo anzi che si ritengono molto offesi d’essere dipinti come fanatici pasdaran. Ma un segnale lo vogliono lanciare. Soprattutto per l’elementare, dove ancora tira aria di famiglia. Basta vedere: mentre genitori e insegnanti scendono nell’aula di musica per il film sulla scuola «L’amore che non scordo», storia di quattro maestre, i piccoli si dividono in gruppi e si danno alla danza e alla lettura, guidati da alcune maestre. «Non mi vergogno di dirlo - spiega Cristina -: siamo ancora le maestrine con la matita rossa, come ci hanno sempre dipinte. Amiamo questa scuola, con tutte le sue difficoltà. Abbiamo classi con l’ottanta per cento di bambini stranieri. Eppure funziona, diamine. Perché mai tornare indietro, perché smantellare tutto».
Inutile provare con qualche eccezione. Non è serata. La mezza notte bianca tiene sveglia una trentina di bambini, con una trentina di maestri e una trentina di genitori, per tenere sveglia una ministra invisa. Forse, se potessero parlarsi. «Questo sarebbe il nostro sogno - svela la maestra Cristina -: che un giorno la Gelmini venisse qui. A spiegarsi e ad ascoltarci. Il problema è che non verrà mai, al Lorenteggio... ».
Si sono fatte le otto, la mezza notte bianca propone cena bianca. Pizza, panini portati da casa, qualche dolce. Bicchierata. Di plastica. Poi via con le discussioni, dopo le nove. I bambini cominciano a crollare. Una mamma: «Mi fermerei tanto fino alla fine, ma questa già a casa mi si schianta sul divano alle nove e mezza... ». La bambina è scoppiata. Rispetto a Bologna, qui non è previsto l’happening della mini-occupazione, con mammine strillanti, sacchi a pelo, Barbie e orso-Chicco. Ecco, se un pregio ha la mezza notte bianca del Lorenteggio, è questa mancanza di folklore vagamente esibizionista, in simil-girotondo, formato junior. Semplicemente, qui i genitori portano a letto i bambini, poi tornano ad ascoltare gli esperti: storia della scuola italiana, problemi dell’educazione, la testimonianza di un genitore inglese. Serietà, studio, riflessione. Come dovrebbe essere qualunque scuola, di giorno.
Tengono tutti duro fino a un minuto dopo la mezzanotte, simbolicamente. Quasi per un nuovo capodanno. Sapendo già che comunque vada, qualunque cosa si decida, neppure questo porterà pace, serenità, e tanto meno prosperità. Così sta scritto, da sempre, nel dannato destino della scuola italiana.