La lezione di Sarkozy alla destra italiana che vuole le riforme

L’esempio del presidente francese: è aperto al dialogo ma non transige sul risultato finale. I nostri governi? Hanno sempre ceduto alla piazza

Tre, quattro lezioni che Nicolas Sarkozy ha dato ai liberali italiani. A coloro che hanno l’ambizione di riformare lo Stato, rompere le corporazioni, dare un senso alla lotta contro il conservatorismo della sinistra e del sindacato.
1. La linea dura è vincente. Soprattutto se gli obiettivi politici sono chiari. Per nove giorni sindacati e studenti hanno bloccato il funzionamento di una delle cinque economie più importanti del mondo, paralizzando Parigi. Eppure Sarkozy, e il suo governo, non si sono mossi di un millimetro. Il principio è stato dichiarato all’inizio della legislatura: lotta ai privilegi previdenziali di alcune categorie di lavoratori pubblici. La sostanza è che si è dichiarato un obiettivo, su cui una formazione di governo è stata eletta, e poi si è andati avanti come dei caterpillar. Non si è accondisceso all’urlo della piazza, alla suggestione della mediazione. Almeno in tre casi, solo per citarne alcuni in modo disomogeneo, governi di destra e di sinistra negli ultimi dieci anni non hanno avuto il coraggio di andare fino in fondo, anche contro la protesta rumorosa. Nel caso della riforma delle pensioni del primo governo Berlusconi, in cui l’anima statalista della coalizione, ha fatto sì che si cedesse alle corporazioni dei pubblici dipendenti. Nel caso delle riforme liberalizzatrici (anche se molto parziali) del governo Prodi. Infine i nostri esecutivi non resistono neanche alla piccola piazza mediatica che riescono ad alimentare i lavoratori dell’Alitalia in difesa della loro azienda fallita. Da noi la linea dura è fragile, superficiale prodotto solo dell’isteria del momento: come è il caso del decreto sull’immigrazione. E non nasce da un progetto politico di lungo respiro.
2. La nostra concertazione è una fregnaccia. Questa estate Sarkozy ha invitato all’Eliseo i rappresentanti dell’ala più dura del sindacato. Ha fatto colazione con i leader studenteschi. Ha raccontato e spiegato le sue linee di riforma agli eredi della politica comunista parigina. Ma poi basta. Rien ne va plus. Le carte sono sul tavolo e i giochi sono fatti. Il presidente francese è diverso da Thatcher e Reagan, ha aperto un dialogo, ma non transige sul risultato finale. Il modo per ottenerlo può essere concertato, ma non il principio che nasce dalla sua legittimazione elettorale. Vi è un doppio beneficio: l’esecutivo non appare arrogante e sindacati e massimalisti vengono spinti verso forme di protesta più radicali che fanno loro perdere ogni minimo consenso da parte dell’opinione pubblica.
3. Non si fanno le battaglie di principio solo per il quartierino. Sarkozy sta smontando il privilegio dei baby pensionati pubblici in Francia, poiché due terzi del deficit previdenziale è dovuto proprio ai regimi speciali. Ma ha anche messo in piedi un piano più generale di modernizzazione dello Stato: gettando alle ortiche la follia delle 35 ore, azzerando le imposte sugli straordinari, riducendo il numero degli statali, tagliando le mani agli eccessi dei manager rapaci, ridicolizzando la vecchia tassa di successione e ponendo un limite rigido alla tassazione dei suoi concittadini. Un pacchetto, votato a luglio, che si compone di varie misure e che toccano il sistema nel suo complesso. Non vi è l’aria di penalizzare una sola classe sociale o camarilla corporativo-politica.
4. L’Europa è al servizio dei cittadini e non il contrario. Il costo della manovra fiscale per le casse del Tesoro è di 15 miliardi di euro. Non poco, soprattutto perché il motore dell’economia batte in testa e il deficit pubblico è pericolosamente vicino al limite del 3 per cento. Sulle ali di una grande riforma si può pretendere di stracciare la camicia di forza della burocrazia fiscale di Bruxelles. È inaccettabile invece derogare al rigore dei conti per la rincorsa di spesa pubblico al fine del solo consenso.
Sarkozy sta regalando un esempio ai moderati dei paesi latini, usi alle deformazioni della macchina pubblica e all’ingerenza dello Stato. Un partito di massa e liberale, anche in Italia, non ha che da seguire la strada. Un progetto liberale chiaro, anche minimo, ma da portare avanti anche contro la Piazza.
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