La lezione di Sciascia

«Il sospetto è l’anticamera della verità». L’antimafia a Palermo negli anni di Giancarlo Caselli seguiva idealmente questa frase micidiale, che suona come il sibilo d’una ghigliottina. Leonardo Sciascia, che si oppose da subito al tintinnio indiscriminato di manette, definì i campioni del rigore giustizialista «professionisti dell’antimafia», mettendo in luce gli accenti da contropotere che aleggiavano sulla lotta alla Piovra.
Anche per Pierluigi Collina, il potere ha usato la stessa strategia, lanciando dall’ombra una polemica, facendola maturare ed esplodere. E aspettando che i veleni ricadessero su di lui. Così il calcio italiano devastato dai debiti, dagli intrallazzi, dai conflitti d’interesse e dalle combine oggi perde il miglior arbitro di sempre. Perde? Verbo sbagliato. Quello giusto è: lo butta via. Lo costringe ad andarsene, lo caccia di casa, lo esilia. E mentre Collina (hombre vertical) decide di dare le dimissioni per chiudere nel modo più rigoroso una pagliacciata, i mediocri se la ridono. E i tromboni che affollano giornali e Tv scivolano dalla sedia parlando di questione morale.
Quindi, poichè Pierluigi Collina aveva firmato un contratto con la Opel Europa, non avrebbe potuto arbitrare nel campionato in cui il Milan porta sulle maglie il nome di un’auto Opel. Eppure nessuno si indignò quando l’arbitro reclamizzava Sky, sponsor della Juventus. E in Inghilterra nessuno ha alzato il ditino quando il Chelsea ha firmato un contratto con lo stesso sponsor di tutti gli arbitri di premier league.
Noi sappiamo che su un pianeta poco serio come quello del calcio la questione morale riguarda sempre chi la pone. «Collina fischiava solo ciò che vedeva», ha detto ieri Ilario Castagner. È la sintesi più semplice e profonda. Che l’abbiano decapitato per questo?