Lezione spagnola: se si vota vince il centrodestra

Con il trionfo dei popolari a Madrid è caduto l’ultimo bastione socialista sopravvissuto nei grandi Paesi d’Europa. Ormai ci sono maggioranze di centrodestra in Germania, in Francia, in Gran Bretagna, in Polonia, in Svezia e nonostante il mezzo ribaltone della settimana scorsa anche in Italia. Se ne può concludere che, quando si vota, la destra vince sempre, con la sola eccezione della Danimarca: ed è la prova che neppure in una situazione globale in cui sono messe in discussione le regole fondanti del capitalismo e del libero mercato, cioè in cui tutto congiurerebbe a loro favore, le sinistre sono in grado di offrire una ricetta accettabile alla maggioranza dell’elettorato.
La schiacciante vittoria di Rajoy completa anche il ricambio dei governi in tutti i Paesi meridionali di Eurolandia. Secondo un’affermata teoria - non del tutto campata in aria - non è stato tanto Rajoy a vincere, quanto il suo avversario socialista Rubalcaba, già ministro di Zapatero e quindi corresponsabile del suo disastro, a perdere. A indirizzare gli elettori non sarebbe stata cioè tanto la fiducia nel Partito popolare, quanto l’incapacità del governo in carica a fronteggiare una situazione che si stava facendo ogni giorno più grave minacciando la stessa coesione sociale della Spagna.
La crisi ha infatti colpito in maniera selvaggia un’economia che era considerata fino a non molto tempo fa una delle più dinamiche d’Europa, al punto che tre anni or sono Madrid arrivò a menare vanto, forzando un po’ le statistiche, di avere compiuto il sorpasso sull’Italia. Tanta euforia, in realtà, si fondava solo su un boom edilizio spettacolare quanto fasullo, che aveva partorito aeroporti inutili, infrastrutture megagalattiche, grattacieli senza inquilini e case che nessuno si poteva permettere. Quando infine la bolla è scoppiata in seguito alla crisi finanziaria del 2008, Zapatero ha avuto l’onestà di ammettere il proprio fallimento, annunciando il suo ritiro dalla politica a poco più di 50 anni e indicendo elezioni anticipate. Per un momento è sembrata - anche a certi politici nostrani - una mossa vincente, nel senso che ha portato il famoso spread con i Bund tedeschi al di sotto di quello dei Bot italiani. Ma il sacrificio di «Bambi» non è servito a nulla ai fini elettorali: il vantaggio dei popolari nei sondaggi ha continuato a crescere, fino a tradursi in una maggioranza nelle Cortes senza precedenti nella democrazia spagnola.
Molti si domandano quale influenza possa avere avuto, su questo risultato eclatante, il movimento degli indignados, che ha preso le mosse proprio da Madrid prima di diffondersi nel mondo e che ha cercato di farsi sentire anche alla vigilia delle elezioni. Come è noto, gli indignados - particolarmente forti in Spagna dove la disoccupazione giovanile sfiora il 50% - mettono sul banco degli imputati tutta la classe politica e dicono di non volerne più sapere né della destra né della sinistra. Ma è probabile che siano, in stragrande maggioranza, ex elettori del Psoe e adesso abbiano contribuito con la loro astensione al peggiore risultato nella storia del partito.
Che cosa possiamo aspettarci dal nuovo premier? Si tratta di un uomo di scarso carisma, già sconfitto due volte da Zapatero, ma dotato di grande pazienza e tenacia e capace di dialogare con tutti. Durante la campagna elettorale si è tenuto sul vago, forse per non spaventare gli spagnoli su ciò che li aspetta, puntando molto sulla promessa di creare nuovi posti di lavoro: un obiettivo indispensabile in un Paese in cui la disoccupazione ammonta al 22 per cento. Ma qualunque misura di sostegno allo sviluppo dovrà essere affiancata da un programma di rigorosa austerità, composto da nuove tasse (che anche in Spagna si fa fatica a riscuotere), da una radicale liberalizzazione del mercato del lavoro (afflitto da rigidità molto simili alle nostre) e da una ristrutturazione del sistema bancario locale - le famose cajas - che lascerà parecchi cadaveri sul terreno. Infine, dovrà contenere le insostenibili pretese finanziarie delle regioni, dove per sua fortuna i popolari sono dominanti dopo le amministrative di maggio. In altre parole, un programma di lacrime e sangue di cui - al contrario dei tecnocrati italiani e greci - Rajoy e il suo partito dovranno assumere in proprio tutte le responsabilità.