La lezione di Tzvetan Todorov

Il filosofo bulgaro rilegge la vita e l’opera di Wilde, Rilke e la Cvetaeva come esempi della (distruttiva) aspirazione alla perfezione della letteratura

È un percorso essenzialmente personale, e prezioso proprio per questo motivo, quello che da qualche anno il celebre scrittore, linguista, critico e moralista Tzvetan Todorov (Sofia, 1939), bulgaro residente a Parigi, va compiendo attraverso un’attenta rielaborazione del proprio camino intellettuale.

Un paio d’anni fa recensimmo per primi su queste colonne il saggio La letteratura in pericolo, una sorta di j’accuse contro gli effetti nefasti dell’approccio strutturalista sull’educazione letteraria dei giovani. Il libretto non se la prendeva tanto con Barthes o Foucault - i guru dello strutturalismo - ma sulla sua penetrazione nelle università e belle scuole.

In quell’occasione osservammo una fatale incertezza nella posizione di Todorov, che pur avendo partecipato attivamente a quella stagione distruttiva non giungeva tuttavia a trasformare il j’accuse in un mea culpa. E sospettammo si trattasse non tanto di un problema d'orgoglio (comprensibilissimo) quanto di una questione di metodo.
Con il pregevole saggio La bellezza salverà il mondo (Garzanti, pagg. 290, euro 18), Todorov prosegue il filo del suo ripensamento introducendo una parola che, in epoca strutturalista, era considerata pressoché tabù: la parola «bellezza». Tanto da riprendere, fin dal titolo, la celebre, ambigua espressione di Dostoevskij.

Le pagine con le quali il libro si apre sono tra le più belle e dense, con il racconto appassionato di una serata al Théatre des Champs-Élysées per un concerto di Vivaldi. L’esperienza viene descritta con molta vivacità e completezza: si capisce che l’autore ne è stato toccato come da un evento inaspettato, anche se già conosceva quel brano. I particolari dell’evento traspirano attraverso le pagine e giungono al lettore con il loro carico di stupore: tutto concorre al realizzarsi di quell’esperienza eccezionale e non programmabile che si chiama bellezza.

Se l’industria culturale, oggi quasi opprimente, si giustifica dicendo che il suo compito è quello di offrire a tutti la possibilità di quell’esperienza, tuttavia lo fa ricorrendo alla programmazione, limitando dunque (per esempio alle opere d’arte) la capacità di trasmettere a chi guarda l’emozione del bello. Dante non fu rapito guardando le opere di Cimabue, ma incontrando una bambina di nove anni, il pedofilo!, e poi rivedendola, morta, a diciotto.

La descrizione di questo quid che, inatteso, viene a completare, a rendere definitiva la nostra esperienza conoscitiva - perché la bellezza è in ogni caso un evento nell’ambito della conoscenza, sensibile (un quadro, un tramonto, un quartetto d’archi) o intellettuale (una poesia, un teorema matematico, una pagina di Platone o di Aristotele) - avviene, in queste pagine iniziali, in modo fluido e persuasivo.

Subito, però, le cose si complicano non appena ci si domanda cos’è accaduto e, soprattutto, se sia possibile conformare tutta la propria esistenza sulla base di un’esperienza come quella estetica: se, infatti, è in quegli istanti che la vita ci appare dotata di un senso, se è in quegli istanti che ragione e sentimento, passione ed emozione raggiungono un’armonia piena, se insomma la vita ci appare in quei momenti rivelare l’essenza più profonda di sé, perché non dovrebbe essere possibile far sì che tutta la nostra esistenza si svolga sotto il suo segno?

Il corpo centrale del libro legge, con discrezione, tre vite di uomini - artisti - che hanno tentato di porre in atto questo programma. Non perché ciò non sia possibile anche ad altri: sta di fatto però che l’artista, forse perché ha meno cose da perdere, è più tentato da questa avventura-limite.

Le tre figure scelte, per affetto e nomi per programma, da Todorov, sono Oscar Wilde, Rainer Maria Rilke e Marina Cvetaeva. È la parte più gradevole del libro. Todorov non si addentra mai nei punti oscuri di quelle vite, non cerca di scioglierne i nodi, ma si contenta di mostrarne alcune tappe essenziali, dove il disegno di una vita bella, e dunque perfetta, e dunque libera da ogni vincolo morale, si concepisce prima, poi si sviluppa, per giungere al fatale fallimento finale.

Nell’ultima parte del libro Todorov cerca di trarre le fila di tutto il discorso, e si domanda perché la bellezza, una volta assunta come programma di vita, conduce al fallimento. Sono pagine più caotiche, con molte andate e ritorni del pensiero, nelle quali Todorov fatica a portare luce su quanto emerso dai capitoli scritti a stretto contatto con i suoi modelli. Cerca la parola risolutiva ma non la trova. Anche le pagine su Dostoevskij, nelle quali mette bene in luce l’identità stabilita dallo scrittore russo tra «bellezza» e «Cristo», non illuminano il senso di quella caduta finale.

Una delle incertezze del libro sta secondo me nel rifiuto di mettere a tema alcune persuasioni, come quella secondo cui (pagina 211) la bellezza sarebbe un aspetto dell'esperienza accanto ad altri. Ci si domanda: se il libro si era aperto parlando del bello come di un’esperienza di totalità, che senso ha poi negare quell’esperienza per ridurre il bello a un aspetto del reale? La bellezza è davvero un aspetto di qualcosa? Dire di una donna che è bella è come dire che è alta, bruna o vestita di rosso? Se siamo partiti da un senso della totalità non varrebbe la pena scendere più alla radice, anziché negare quel primo passo?

Per troppe pagine Todorov sembra dimenticare (anche se qua e là la coscienza dell’omissione fa capolino mediante osservazioni molto acute) che c’è una differenza tra una dimensione programmatica dell’esistenza e la dimensione dell’accadere, ossia del puro (e quindi imprevedibile) rapporto con l’altro-da-sé. La bellezza, in altri termini, non può essere un programma di vita non perché sia immorale o limitativa ma perché essa è un irrompere di qualcosa che è altro, l’evidenza che ciò che sta davanti a me non è riducibile a tutte le informazioni che ne ho. Per passare dall’informazione alla conoscenza è necessario che l’altro mi ferisca, suscitando in me un’energia che è insieme ragione e affezione.

Non a caso i grandi sapienti sono uomini che amano profondamente ciò che conoscono, senza la pretesa di organizzare intorno a questo amore l’intera loro vita. Sentirli parlare di un quadro, di un libro, di una poesia, di una scoperta scientifica ci riempie di ammirazione, e il loro racconto ci rende partecipi dell’inizio della loro passione, dandoci il presentimento del bello, senza cui il bello ci scivola accanto.
Noi possiamo presentire il bello e desiderare che accada. Ma è da stolti pretendere di costruire le condizioni della sua ripetizione: si può solo chiedere (o pregare) che riaccada.