Lezioni anticristiane anche ai bambini

Le intercettazioni ambientali rivelano incitazioni alla violenza verso i coetanei

Perugia. Isolato, quasi ignorato dai pochi italiani che vivono nel quartiere che lo ospita, il centro islamico di Ponte Felcino è noto soprattutto tra gli immigrati musulmani che abitano fuori Perugia. Maghrebini, gran parte marocchini. Non fanno domande. Poche decine lo raggiungono dalla vicina stazione di Ponte San Giovanni al venerdì e lo fanno soprattutto per pregare. Un posto diverso dalla centralissima moschea di via dei Priori, affiliata all'Ucoii, e dall'altro centro islamico della città. Un anonimato che i gestori del luogo di culto e di addestramento alla guerra santa tendevano a mantenere soprattutto fuori orario, con le attività che si consumavano al suo interno e l'ingresso che si confondeva con le palazzine circostanti, spiegano fonti della comunità marocchina al Giornale: la sera, nel tardo pomeriggio della domenica, quasi mai il venerdì negli orari di preghiera. Una sorta di doppia natura che lo aveva reso abbastanza popolare tra gli islamici di appartenenza salafita, cioè coloro che non riconoscono l'autorità statale né il mondo dell'associazionismo musulmano.
È stato accertato che uno straniero era partito presumibilmente per l'Iraq e sono emersi suoi contatti con numerosi altri stranieri residenti in altri paesi europei e in Siria. Spostandosi dal nord al sud della penisola, in questa conca della periferia, nel centro islamico e nella sua guida, l'imam Korchi El Mostapha, che offriva informazioni e manuali sull'utilizzo e la produzione di armi batteriologiche e altri ordigni esplosivi, alcuni salafiti hanno trovato un punto di riferimento. È sempre stato Korchi El Mostapha a gestire la doppia anima di Ponte Felcino. Preghiera aperta al pubblico al venerdì, addestramento al jihad nelle ore serali. Dalle intercettazioni emerge che in un'occasione Korchi, assieme alla figlia minorenne a un connazionale arrestato guarda e commenta un filmato sull'esecuzione di 18 militari iracheni. Secondo la Digos di Perugia la zona, era Korchi a tenere le lezioni di cultura araba a una dozzina di bambini. Nelle sue lezioni incitava a compiere aggressioni contro altri coetanei italiani per indurli alla sottomissione. Il jolly usato dall'imam era la naturale superiorità dei musulmani verso i cristiani. Eppure non era un imam solitario come quello milanese di Viale Jenner. Da almeno due anni lo conoscevano in molti alla periferia di Perugia. Un immigrato marocchino di quarantuno anni che ha sempre condotto una vita normale senza isolarsi. Una moglie, una figlia, anch'essa coinvolta nell'addestramento. Nel 2005 si era perfino presentato negli uffici del Comune di Perugia per partecipare al concorso per l'assegnazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica, era il 28 novembre del 2005. Un anno dopo la graduatoria che lo vedeva alla posizione 233 è stata approvata con atto del Comune.
Il maggio scorso intervenne nella lite che scoppiò tra l'imam dell'Ucoii e quello della seconda moschea cittadina per fare da mediatore. In pubblico non esponeva il pensiero col quale animava la seconda vita del centro di preghiera, rivelata dalle intercettazioni: «Ci sarà un giorno del giudizio che tutti i musulmani andranno in paradiso, mentre gli italiani miscredenti andranno all'inferno e bruceranno. Coloro che non capiscono la religione musulmana saranno torturati. Colpire gli altri bambini finchè non esce loro il sangue».