Dal Libano all’Afghanistan: il Tg3 adesso scopre la retorica militarista

Nel giorno del Natale 2006, il Tg3 ha scoperto la gioia e l'entusiasmo vissuti tra i militari italiani impegnati nelle missioni di pace all'estero, in Afghanistan e Libano. Ed è bene sottolineare quel «missioni di pace» a scanso di equivoci, a riprova del nuovo vento che si respira in ogni ambito della società italiana, compresa la politica estera. È stato così possibile ascoltare, tra i titoli dell'edizione delle 14 e 20, quel che non si sarebbe mai creduto di poter udire: «grande festa nel giorno di Natale per i nostri militari». Come se ci fosse qualcosa da festeggiare in territori sull'orlo di una guerra civile, sottoposti alle mire espansionistiche di un Paese vicino (volendo anche due) ed alla minaccia bellica di uno Stato confinante, il telegiornale, che nel passato si è sempre contraddistinto per la capacità di andare oltre un certo tipo di retorica istituzionale, oggi riscopre il profondo senso di appartenenza, trovando la sua esaltazione nella figura dell'esercito, ed il valore simbolico espresso dalla presenza di nostri connazionali protesi in missioni che, oggi, si scoprono essere di pace. E se ieri l'utilizzo di mezzi militari ed armi veniva visto come la conferma di una menzogna raccontata ai cittadini italiani, tesa ad occultare le vere ragioni che si celavano dietro la partecipazione nelle missioni internazionali, oggi i nostri soldati appaiono come i figli, i fratelli, i mariti, gli amici impegnati in qualcosa di bello, dal profondo senso civico e morale, teso a costruire qualcosa di positivo nel futuro di quelle aree e del pianeta.
Sono dunque lontani i tempi in cui si metteva in evidenza l'insofferenza della popolazione locale per la presenza di soldati stranieri: anche se riconosciuta come non bellicosa, «aleggiavano» pur sempre le vere ragioni di quel coinvolgimento, chiaramente economico, limitativo della libertà di autodeterminazione dei popoli. Prendiamo atto di questa virata a 180°.