Libano: allarme terrorismo, i soldati Unifil nel mirino di Al Qaida

I terroristi stanno preparando attentati contro i militari delle
Nazioni Unite schierati nel sud del Paese, tra cui ci sono 2.450
militari italiani

L’allarme è scattato a metà febbraio dopo un’incursione della polizia e dei servizi segreti libanesi a Burj al Chamali, un campo profughi nella zona di Tiro dove vivono 75mila palestinesi. In quel campo, tenuto d’occhio dall’intelligence dei Paesi che partecipano alla missione Unifil nel sud del Libano, era segnalata da tempo l’infiltrazione di attivisti di Al Qaida provenienti da varie regioni mediorientali. Ma fino a quel momento le autorità libanesi non sembravano preoccuparsi troppo. Dopo quell’incursione e l’arresto di 21 sospetti militanti collegati al terrorismo fondamentalista tutto cambia. Il primo allarmato rapporto del governo di Beirut è indirizzato ai servizi segreti statunitensi e inglesi. Nel campo gli agenti libanesi hanno trovato 31 congegni formati da due fiale piene di un misterioso liquido blu collegate con un sofisticato detonatore elettrochimico fabbricato nell’Europa dell’Est. Un detonatore che permette di programmare un’esplosione con 124 giorni di anticipo.
I tecnici dell’intelligence occidentale mandati a esaminare il materiale comprendono che la minaccia stavolta è reale. Quei congegni sequestrati agli arrestati di Burj al Chamali rappresentano il primo reale ed effettivo ritrovamento d’esplosivo liquido dopo l’allarme dello scorso luglio quando l’intelligence britannica scoprì un piano per abbattere 10 aerei in volo dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti. Da quel momento tutti i dati sull’infiltrazione di Al Qaida nel sud del Libano vengono analizzati e passati al setaccio. Il risultato è agghiacciante, soprattutto in considerazione della presenza di un contingente Unifil forte di 2.500 italiani e di molte altre migliaia di soldati occidentali.
Secondo i rapporti dei servizi segreti, a Burj al Chamali e nelle altre zone intorno a Tiro sono confluiti nei mesi scorsi molte centinaia di militanti legati ad Al Qaida provenienti da Sudan e Yemen. La loro presenza è strettamente legata allo schieramento del contingente dell’Unifil. I 15mila caschi blu, oltre a rappresentare una sorta d’irresistibile magnete per tutti i gruppi desiderosi di colpire esponenti militari occidentali, ha anche facilitato l’arrivo di questa avanguardia del terrore. Presente in Libano dalla fine degli anni 90 e rappresentata da un gruppo chiamato Asbat al-Ansar o Jund al-Shem (Esercito del Levante) la rete di Al Qaida non era mai riuscita a dar vita a una presenza strutturata nelle zone al confine con Israele, strettamente controllate dai militanti sciiti di Hezbollah.
Quando, nel dicembre 2005, Asbat al Ansar lanciò un attacco di missili katiuscia contro il nord d’Israele, Hezbollah intervenne duramente rivendicando il totale controllo di qualsiasi operazione nel sud e consegnando al governo libanese una dozzina di militanti integralisti. La frattura, collocabile nel più ampio contesto dello scontro sunnita-sciita, venne evidenziata da Abu Musab al Zarqawi, il defunto capo di Al Qaida in Irak, che prese apertamente posizione contro Hezbollah e il suo segretario generale Hasan Nasrallah.
Dopo l’arrivo delle forze Unifil e il ridimensionamento dell’egemonia territoriale di Hezbollah, le forze «al qaidiste» hanno approfittato della situazione per scendere dal campo profughi di Ein el Hilweh, la loro base storica presso Sidone, infiltrandosi nel campo di Burj al Chamali, vicino a Tiro, e nei villaggi sunniti al confine con Israele. Secondo gli allarmati rapporti dei servizi segreti occidentali e dell’intelligence militare israeliana, i militanti del terrorismo integralista starebbero mettendo a punto una serie di attentati contro i contingenti occidentali dell’Unifil. La minaccia è confermata indirettamente dai sempre più frequenti riferimenti alla situazione a sud del Litani del numero due di Al Qaida, Ayman Al Zawahiri. Il più recente è contenuto nel discorso 13 febbraio, quando, rivolgendosi ai fedeli di Al Qaida in Libano, li esorta a combattere e a non rinunciare alla propria terra. Un invito interpretato come un ordine a colpire quanto prima le forze dell’Unifil.