Libano, assedio ai seguaci di Al Qaida: 30 morti

L’assedio ha tutta la sua coreografia. Alti pinnacoli di fumo avvitati nell’indaco della sera, boati squassanti, raffiche che spazzano le cime delle colline, sfrondano gli alberi, tormentano il grumo di cemento, deserto e disperazione. L’esercito libanese non va per il sottile. Ha la benedizione del premier Fouad Siniora e la Casa Bianca ha già definito legittimo l’intervento. L’esercito dunque deve solo risolvere il problema, chiudere i conti con Fatah Islam. Ma a Nahr el Bared i duecento, trecento amici di Osama Bin Laden vivono in mezzo a trentamila persone e nessuno in queste ore è sicuro che i colpi vadano a segno. «Ogni luogo dove viene segnalata la loro presenza è un obbiettivo», spiega un anonimo ufficiale poco preoccupato della sorte dei civili trasformati in scudi o bersagli umani.
E l’impenetrabile cordone di sicurezza disegnato intorno al campo dai militari non aiuta a stilare un bilancio delle vittime di ieri. L’agenzia di stampa libanese Nna parla di una trentina di morti e circa 90 feriti. Domenica, alla fine della giornata di scontri, si erano contati 48 cadaveri (23 di soldati). Ma sono numeri imprecisi. L’intensità dei combattimenti, la strenua resistenza dei militanti integralisti, l’impossibilità di raggiungere l’epicentro degli scontri fanno capire che qualsiasi bilancio è rimandato ad oggi. I combattimenti, ieri, si sono fermati solo per una breve tregua concordata dalla Mezzaluna Rossa, equivalente islamico della Croce Rossa, per evacuare diciotto civili gravemente feriti.
Il prolungarsi degli scontri è dovuto anche all’impossibilità dell’esercito di avanzare all’interno del campo per snidare casa per casa i militanti. Lo scellerato accordo imposto al Libano nel lontano 1969 dalla Lega Araba e dall’Olp vieta a militari e polizia di penetrare il perimetro dei campi palestinesi. In questo modo la vittoria è praticamente irraggiungibile e gli unici a pagare lo scotto della battaglia rischiano di essere i civili.
Privo di elicotteri, bombe intelligenti e di congegni di puntamento sofisticati l’esercito libanese può far affidamento solo sull’occhio dei suoi artiglieri e ha dunque ben poche speranze di colpire in maniera chirurgica. Può solo affidarsi alla forza distruttiva e al deterrente psicologico di salve continue e prolungate. In un confronto dove i guerriglieri restano liberi si spostarsi di casa in casa, l’assedio rischia dunque di concludersi con molti danni collaterali e pochi effetti concreti.
I combattenti di Fatah Islam sembrano, inoltre, ben addestrati e armati. Lo dimostrano l’imboscata tesa domenica a una pattuglia in movimento a sud di Tripoli e i combattimenti casa per casa nel centro di Tripoli conclusisi con l’uccisione, domenica, di numerosi soldati. Il gruppo alqaidista, perdipiù, minaccia di colpire fuori Tripoli seminando terrore in tutto il Paese. Un’autobomba è esplosa domenica notte nei pressi del più importante centro commerciale del quartiere cristiano di Ashrafieh uccidendo una donna. Altre potrebbero esplodere nei prossimi giorni. Si temono ritorsioni o attacchi suicidi contro le forze occidentali dell’Unifil, tra cui 2.500 italiani, presenti nel sud del Paese. Attacchi capaci in un’ottica di terrore internazionale di creare un clima molto più destabilizzante dei semplici scontri con l’esercito.
Resta da vedere chi tira le fila di Fatah Islam e chi protegge Shaker Al Absi, l’enigmatico sceicco giordano palestinese ricercato in tre Paesi e misteriosamente ricomparso in Libano lo scorso autunno, dopo un breve soggiorno nelle carceri siriane. Per molti libanesi e anche per il generale Ashraf Rifi, comandante della polizia nazionale, Al Absi e i suoi sono solo una filiazione dei servizi segreti siriani utilizzata per seminare il caos e bloccare la costituzione di una Corte internazionale sull’assassinio di Rafik Hariri. «Forse possono contare su un po’ di persone frustrate e deluse, ma di certo non sono Al Qaida, sono - sostiene il generale - un’imitazione di Al Qaida creata e usata da Damasco».