Libano, italiani a un passo dallo scontro con Hezbollah

I terroristi, intercettati mentre trasportano armi, si dileguano dopo aver minacciato i militari dell’Onu

I caschi blu italiani impegnati in Libano intercettano un camion zeppo di armi, ma i miliziani di Hezbollah reagiscono. I nostri soldati applicano le blande regole d’ingaggio imposte dall’Onu ed il prezioso carico, con gli uomini armati che lo scortavano, si dilegua. È la prima volta che capita a sud del fiume Litani, nella zona presidiata dalle nostre truppe, a ridosso del confine con Israele. La notizia è saltata fuori ieri, sul sito del giornale israeliano Haaretz, anche se il fattaccio è accaduto nella notte fra il 30 ed il 31 marzo. Nel semestrale rapporto al Consiglio di sicurezza sull’andamento della missione in Libano, l’episodio viene bollato come «una seria violazione della risoluzione Onu (sull’intervento internazionale nel Paese dei cedri, nda) che solleva preoccupazioni».
Secondo fonti israeliane i caschi blu hanno fermato il camion, carico di armi e munizioni. Miliziani di Hezbollah, il partito armato degli sciiti libanesi, sono intervenuti pronti a dare battaglia. I soldati italiani, che si sono visti puntare contro le armi, sarebbero rientrati nei loro mezzi e addirittura alla base. Il generale Claudio Graziano, comandate della missione Unifil (12.300 uomini compresi 2.500 soldati italiani) ha confermato l’incidente. Secondo il generale degli alpini una pattuglia di militari italiani ha avuto «un contatto» con «elementi armati» non meglio identificati.
Jasmina Bouziane, portavoce dell’Onu, rivela altri dettagli al Giornale. «I caschi blu hanno seguito un automezzo sospetto, quando sono intervenute due macchine con cinque uomini armati a bordo». Il generale Graziano aggiunge che «la pattuglia ha preso posizione secondo le regole di ingaggio e gli elementi armati hanno così avuto il tempo di dileguarsi». Purtroppo si è dileguato anche il carico d’armi di Hezbollah, dimostrando quanto siano carenti le regole d’ingaggio della missione Unifil. Lo ha denunciato pochi giorni fa il premier in pectore Silvio Berlusconi. Il ministro della Difesa uscente, Arturo Parisi, che ieri era proprio nella base di Tibnin a salutare i soldati italiani, aveva risposto che spetta all’Onu cambiare le regole d’ingaggio.
La realtà è che gli Hezbollah si sono riarmati dopo la guerra del 2006 con Israele. Grazie a Siria ed Iran avrebbero un arsenale con 10mila missili a media gittata e 20mila a lunga gittata. Negli ultimi mesi dello scorso anno i caschi blu hanno aumentato i controlli per evitare infiltrazioni di armi al sud del fiume Litani, verso le rocccheforti sciite a ridosso del confine israeliano. Evidentemente non basta, soprattutto se una volta scoperti i miliziani sciiti possono «dileguarsi» con il loro carico di armi. Hezbollah non è l’unico pericolo nel sud del Libano. Ieri il numero due di Al Qaida, Ayman al Zawahiri, è tornato a tuonare su internet. «Il Libano è uno dei rifugi dei musulmani» e «la sua generazione jihadista deve prepararsi per raggiungere la Palestina e cacciare gli invasori crociati che pretendono di chiamarsi forze di pace». L’appello di Al Zawahiri incita ad attaccare i caschi blu.
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