Libano, un mare di petrolio dietro gli appetiti della Siria

Al largo di Beirut e Tripoli i bacini più grossi

Tra qualche mese la Siria potrebbe avere qualche buona ragione in più per avanzare pretese sul Libano. Le stesse ragioni che potrebbero spingere gli Hezbollah ad accentuare la pressione e il fragile governo del premier Siniora a resistere con rinnovata tenacia. Per una volta non c’entrano le questioni militari, né quelle strategiche, e nemmeno i conflitti etnico-religiosi, bensì una risorsa molto ricerata in tutto il mondo e di cui si supponeva che quest’area del Vicino Oriente fosse priva: il petrolio e, con esso, il gas.
La notizia verrà annunciata in queste ore a Londra durante il convegno dell’Eage, l’associazione europea dei geofisici: lungo le coste libanesi ci sarebbero almeno otto miliardi di barili di greggio. A scoprirlo è stata una società norvegese, la Pgs, che ha effettuato lo studio dei fondali marini al largo del Paese dei Cedri. E non sarebbe solo il Libano a beneficiare di questa inaspettata opportunità. Lungo la dorsale del vulcano sottomarino Eratostene ci sarebbe un immenso giacimento che riguarderebbe anche le acque territoriali di Siria, Cipro e Israele. A nord di Gaza, lungo le coste dello Stato ebraico, una nave oceonografica americana ha osservato delle fuoriuscite di gas dal fondo del mare e il governo di Gerusalemme, che ha stanziato per le ricerche più di un miliardo di dollari, è persuaso che ci possano essere grandi quantità di metano.
In prima fila, però, c’è il Libano. Otto miliardi di barili non sono sufficienti per trasformarlo in un nuovo Emirato del Mediterraneo. L’Irak, ad esempio, ne ha 115 miliardi ed è al terzo posto per riserve mondiali di petrolio dopo Arabia Saudita e Iran; ma in un’epoca di grande domanda e a prezzi che restano esorbitanti rappresentano una dote preziosa e, inevitabilmente, destinata ad attrarre le attenzioni delle potenze dell’area.
Ne è convinto il geologo Ali Haidar, membro di diverse commissioni governative e docente all’Università americana di Beirut, che, in un’intervista a Paolo della Sala sul quotidiano L’Opinione, ha anticipato qualche dato interessante. I rilievi, iniziati nel 2002, hanno consentito di individuare 31 posizioni potenzialmente produttive, concentrate al largo di Beirut e di Tripoli. L’investimento è costato finora alla compagnia norvegese Pgs trenta milioni di dollari, che in cambio concederà alcuni appalti per la perforazione.
Paradossalmente il primo a intuire che il Libano potesse essere ricco di greggio era stato Hafez Assad, padre dell’attuale presidente Bashir, che dopo aver occupato il Paese, diede mandato agli esperti occidentali di esplorare l’area. Ma all’epoca le perlustrazioni non furono abbastanza profonde e vennero abbandonate. Non altrettanto fece il governo di Beirut, per volontà di Rafiq Hariri, che prima di essere un politico era un uomo d’affari. Forse aveva fiutato l’affare o più semplicemente, sapendo che Damasco non possedeva la tecnologia necessaria per perforare in alto mare, sperava di dare al proprio Paese un vantaggio economico e con esso i mezzi per affrancarsi dall’abbraccio della Siria. Primo ministro dal 1992 al 1998 e poi dal 2000 al 2004, Hariri è stato ucciso da un’autobomba nel febbraio 2005.
Oggi la sua intuizione trova conferme. I bacini sommersi iniziano proprio nel sud ovest siriano, ma diventano più profondi e ampi nelle acque territoriali libanesi, che sarebbero ricche anche di gas. Una doppia beffa per il governo di Damasco.