Libano, gli scontri più vicini ai soldati italiani

Dopo una carneficina a Nahr el Bared, la guerra è arrivata nel campo profughi di Ein el Hilweh

Ora le rovine del campo profughi di Nahr el Bared e i suoi 114 morti non sono più l’unico focolaio. Il nuovo epicentro capace di spostare la guerra «alqaidista» davanti alle basi dell’esercito italiano e degli altri contingenti Unifil, il nuovo buco nero capace d’inghiottire il Libano, si chiama Ein el Hilweh. Da domenica notte è guerra anche lì. Poche ore di combattimenti hanno divorato le vite di due soldati e di due militanti radicali di Jund al Shams («Soldati della grande Siria») una filiazione del terrore islamico apparentata con la «Fatah al Islam» di Nahr el Bared e con un gruppo omonimo autore di un attentato all’ambasciata americana di Damasco.
La tregua raggiunta ieri mattina non tranquillizza nessuno. Non a caso il consigliere per la sicurezza statunitense Stepjhen Hadley ha già annunciato nuovi aiuti militari al governo di Fouad Siniora. Non a caso, forse, una potente esplosione ha devastato un autobus in un quartiere cristiano di Beirut Est. L’attentato ha provocato dieci feriti, ma è il quarto da quando sono scoppiati i combattimenti intorno a Nahr el Bared.
La metastasi di Ein el Hilweh ha, in verità, ben poco di straordinario. Il grande campo sulla collina sopra Sidone in cui vivono 45mila profughi palestinesi, è il focolaio primigenio del contagio alqaidista. Qui i fedeli di Osama bin Laden, i primi palestinesi reduci dai campi di addestramento afghani, arrivano già negli anni ’90. Da allora tra le palazzine grigie del campo si parla di Ansar al Asbat (Lega dei partigiani) o di Jund al Shams (I soldati della grande Siria), le due organizzazioni magnete del fanatismo armato. Qui sin dai primi mesi del 2000 si sono scontrati in battaglia gli uomini di Fatah e del nuovo radicalismo, l’esercito e i nuovi amici di Al Qaida.
Oggi però la situazione è molto più complessa. Fino al 2005 il Libano era una provincia della Siria. Chi s’infiltrava nei campi palestinesi poteva sopravvivere solo lì dentro, approfittando della clausola che ne rendeva difficile l’accesso anche ai servizi segreti siriani e a quelli libanesi. Ma allora la linea rossa dell’impunità passava lungo il perimetro del campo. Superandola, i capi fondamentalisti avrebbero firmato la loro condanna a morte. Oggi la miccia accesa da Fatah al Islam e dal suo leader Shaker al Abassi nel campo di Nahr el Bared risponde, per il governo libanese, ai tentativi siriani di utilizzare il fondamentalismo sunnita per destabilizzare il Paese. Il palestinese di origini giordane Shaker al Abassi, già luogotenente del defunto capo di Al Qaida in Irak, Abu Musab al Zarqawi, sarebbe, insomma, una delle pedine manovrate dai servizi siriani per impedire la costituzione di un tribunale internazionale sull’assassinio Hariri.
Pedine diventate cruciali ora che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha fissato il 12 giugno come termine ultimo per la costituzione della «Corte internazionale» anche in assenza di quella ratifica parlamentare resa impossibile dall’ostruzionismo di Nabih Berri, presidente sciita e filo-siriano dell’Assemblea. Altre cruciali pedine della destabilizzazione si nasconderebbero negli altri campi profughi palestinesi. A Ein el Hilweh, dove sono entrati in azione già domenica notte. A Burj el Shemali, il grande campo profughi alla periferia di Tiro, dove - dallo scorso autunno - l’intelligence dell’Unifil segnala l’infiltrazione di militanti del terrorismo radicale provenienti da Yemen e Sudan.
Scatenare anche nel sud il conflitto alqaidista esponendo al rischio attentati le forze dell’Unifil significherebbe distogliere l’attenzione dei caschi blu e dei 15mila soldati libanesi dispiegati in coordinamento con l’Unifil, dai movimenti di Hezbollah. Significherebbe vanificare il lavoro che ha consentito finora di allontanare le basi della guerriglia sciita dal confine israeliano e di impedire il trasporto di missili e armi contrabbandate dalla Siria negli arsenali del sud.
Consentirebbe insomma di restituire il sud al controllo di Hezbollah, la grande milizia filo iraniana che, fino alla scorsa estate, gestiva il sud del Libano come un proprio feudo.