«In Libano si va per sparare ma l’Unione non lo capisce»

«Se i nostri uccideranno un hezbollah arriveremo sull’orlo della crisi di governo e salterà qualche ministro»

Luca Telese

da Roma

Presidente Cossiga, ha letto Bertinotti sul Messaggero? Dice che la missione in Libano piace ai pacifisti perché è la prima volta che si può puntare a «un uso delle armi che sia un “non uso” come potere deterrente». È d’accordo?
«Temo che molti in Italia non abbiano ancora capito. Lì si andrà a sparare, purtroppo».
Lei solo due giorni fa era in Israele...
«... e tutti, da Simon Peres in giù sono consapevoli del rischio».
Qui da noi no?
«Apprezzo molto il senso di responsabilità di Arturo Parisi che in queste ore ripete: “È una missione molto difficile e rischiosa”. Temo che non tutti nella maggioranza ne siano consapevoli».
Intende un rischio politico o militare?
«Oddiosanto! Mi rendo conto che “morti ammazzati” è espressione poco elegante; ma qui, quando si parla di perdite, bisogna iniziare a dire che si tratterà di vi-te u-ma-ne».
La nostra opinione pubblica può sostenerle?
«Dipende, purtroppo: in questo Paese non tutti i morti sono uguali».
In che senso?
«Bisognerà vedere chi sono gli uccisi e chi gli uccisori. Dipende se i morti sono libanesi o italiani, e - se sono libanesi - di che religione sono».
Intende dire che se sono per esempio cristiani...
«Importa poco, mi creda».
Mentre se sono sunniti...
«Importa, ma non troppo».
Le diranno che fa calcoli cinici.
«Lasci perdere... Se fossero morti sciiti sarebbe una catastrofe internazionale, con ripercussioni nei rapporti con l’Iran».
E se fossero guerrieri di Hezbollah?
«Arriveremmo nel volgere di poche ore alla crisi, o alla destituzione di un ministro».
Addirittura!
«Né Rifondazione né il Pdci né il nostro “piccolo Crispi” possono politicamente sopportarlo».
Il suo amico D’Alema ribattezzato con un nuovo epiteto!
«Perché da “piccolo Crispi” ha girato come una trottola, dall'Europa agli Stati Uniti, da Israele al Libano agli Hezbollah: non potevamo fare la figuraccia di tirarci indietro».
La missione è sicuramente figlia della volontà di D’Alema, ma questo implica un rischio politico?
«La sinistra radicale e il nostro ministro degli Esteri ritengono che noi andiamo lì per difendere, dalla “perfida e imperialista Israele”, gli Hezbollah e la precaria stabilità di un Libano governato per metà da filosiriani e per l’altra da antisraeliani».
E i centristi dell’Unione?
«Romano Prodi, Francesco Rutelli e Arturo Parisi credono che noi andiamo a difendere “tutti da tutti”»!
E se i nostri finissero per sparare su qualche incursore israeliano?
«Forse si avrà un dibattito parlamentare, ma nulla più, anche per via del trend marcatamente antiisraeliano della sinistra, del centrosinistra e dei “cattolici militanti”».
Veniamo al comando: è un peccato che lo abbiano assunto i francesi?
«Sta scherzando, spero».
Sembrava lo volessimo...
«Lasci perdere le chiacchiere. Meno male che all’ultimo momento Prodi e Parisi sono abilmente riusciti a farlo assumere dalla Francia».
Perché?
«Perché i francesi, come si è visto in questi anni, ad esempio in Oceania, sanno sparare».
E i nostri invece, se e quando toccherà a loro, avrebbero più problemi?
«Capisce? Finché non tocca a noi a Diliberto si può sempre dire: “Non siamo stati noi a dare l’ordine. E poi fidati di Chirac: toccherà anche agli israeliani”!».
Lei ha lanciato il paragone con la guerra di Crimea, in cui Cavour conquistò il famoso «posto al sole» al tavolo delle potenze europee..
«Se D’Alema è il “piccolo Crispi”, Prodi è il Cavour della novella Crimea e Parisi il Cadorna e il Messe della nuova guerra».
Date tutte le riserve, lei potrebbe non votare la missione?
«Al contrario. Ormai tutto è stato deciso, al cospetto dell’Europa e del mondo».
E quindi?
«Voterò a favore. Si ricorda il detto? Wrong or right, my army».
luca.telese@ilgiornale.it