Libano, Siniora assediato rifiuta di dimettersi

Il ministro degli Esteri inglese Beckett incontra il premier rinchiuso nel Palazzo del governo e chiede nuovi negoziati

Gian Micalessin

Stavolta non frigna. Stavolta non molla. L’ultima sfida sembra avergli infuso una nuova tempra. La scorsa estate piangeva sotto le bombe, ora guarda la morsa degli ottocentomila pronti a travolgerlo e risponde con un improbabile «Sediamoci e discutiamone». Fouad Siniora ora può tirare il fiato. La nottata è passata e lui è ancora lì, dietro le finestre del Gran Serraglio con la sua pattuglia di ministri. Là sotto, nella piazza, la marea umana si è lentamente ritirata, ridotta, ridimensionata. Restano le proteste, restano quei bivacchi di decine di migliaia di dimostranti nel cuore di una capitale paralizzata, resta la minaccia di continuare la mobilitazione fino alla caduta del primo ministro e del suo esecutivo. Ma la fine non sembra più così vicina. Lassù nei corridoi e nelle sale del Gran Serraglio si fa strada la diffusa consapevolezza di non esser più il Palazzo d’inverno abbandonato alla furia bolscevica. Stavolta il mondo c’è, e si fa, piano, piano sentire. Anche perché quell’assedio, quel tentativo di abbattere la legalità democratica con la forza della piazza solleva un brivido gelido, scuote Washington, agita Parigi, allarma Riad, turba le alte sfere del Cairo.
Davanti alla marcia di Hezbollah e dei suoi alleati filo-siriani alla conquista del Libano prima e del Medio Oriente poi, Occidente e Paesi arabi sunniti fanno di necessità virtù, ritrovano un’insperata unità.
A rompere lo «tsunami» umano pronto a spazzare via il Gran Serraglio si susseguono le telefonate di re Abdallah dall’Arabia Saudita, i richiami preoccupati di Hosni Mubarak dall’Egitto e le decise prese di posizione di Stati Uniti, Parigi e Londra. Il ministro degli Esteri britannico Margaret Beckett, arrivata di persona a Beirut per incontrare il premier assediato, chiede nuovi negoziati ed esprime tutto il suo appoggio a Siniora. «Questo governo - sottolinea il ministro inglese - ha saputo dimostrare coraggio e fermezza nonostante i seri ostacoli... è un governo eletto dal popolo e ha un’autorità costituzionale che gli deriva dal voto».
Da Washington i portavoce del dipartimento di Stato denunciano le intimidazioni e le minacce «volte a sconvolgere la legittimità del Libano». Sotto questo fuoco di copertura l’ambasciatore saudita intavola, su ordine di Riad, un duro negoziato con Hezbollah e le forze filo-siriane ottenendo la riapertura delle vie d’accesso al Palazzo del governo. Non è la sconfitta di Hezbollah, ma è un serio altolà, che trasforma la il sabato libanese in una giornata di transizione. L’adunata oceanica bloccata dalle telefonate delle cancellerie di mezzo mondo si ritira verso le tende di piazza dei Martiri. Attende gli ordini dal comando supremo di Hezbollah. Aspetta le decisioni dei grandi protettori siriani e iraniani.
Il segretario generale del Partito di Dio, Hassan Nasrallah, il presidente del Parlamento, Nabih Berri, il presidente filosiriano, Emile Lahoud, il generale Michel Aoun e gli altri amici di Damasco sembrano aver capito di non poter tirare troppo la corda. Non desistono, ma intuiscono di non avere ancora la vittoria in pugno. Comprendono che la partita non si deciderà in una notte e non sarà una passeggiata. Sarà un duello sull’orlo del precipizio dove nessuno dei duellanti combatterà da solo e in cui nessuno avrà garantite incolumità e sopravvivenza.
Della battuta d’arresto approfitta immediatamente il primo ministro Siniora lanciando il suo personale invito al negoziato. «Il solo modo per risolvere i problemi – avverte - è sedersi attorno a un tavolo, chiedo al presidente del parlamento Berri di lanciare un appello al dialogo». Non è la risposta di Churchill alle bombe su Londra, ma quel tono compassato e glaciale davanti all’assedio degli ottocentomila suona comunque come una prova di forza.
Sulla stessa linea moderata, ma irriducibile, si allinea Saad Hariri, figlio del premier assassinato. «Il governo Siniora non cadrà sotto le pressioni della piazza, qualunque sia la durata della protesta - promette -, il governo resisterà». Molti, però, temono le mosse a sorpresa promesse dal segretario generale Hassan Nasrallah. In fondo basterebbero delle semplici provocazioni per trasformare in una bomba di devastante potenza quella massa umana parcheggiata a un passo dai Palazzi del potere.