Libano, tolto il blocco aereo Via ai pattugliamenti italiani

Uno dei primi compiti sarà bonificare l’area dalle bombe a frammentazione inesplose. Il controllo israeliano del mare resterà in vigore fino all’arrivo (imminente) delle nostre navi

Fausto Biloslavo

da Maarakè (Libano)

Maarakè in arabo significa «battaglia» e non è il nome più indicato per una missione di pace, ma sulla collina che domina questa cittadina sorgerà il comando e la base definitiva dei caschi blu italiani nel sud del Libano. Ieri si è svolta la prima ricognizione del contingente anfibio sbarcato lo scorso fine settimana proprio a Maarakè per esplorare il terreno. In contemporanea Israele ha allentato la morsa nei confronti del Libano togliendo il blocco aereo alle 18 locali, anche se resta in vigore quello navale ancora per 48 ore.
Un blindato dipinto di bianco dei soldati italiani, con la scritta UN (Nazioni Unite) era il mezzo più appariscente del convoglio di quattro gipponi al comando del colonnello Emilio Motolese che guida le operazioni dei primi 800 caschi blu giunti nel Paese dei cedri. Alla prima ricognizione, come capita spesso quando si prende confidenza con il terreno, la colonna ha sbagliato strada, ma alla fine si è inerpicata lungo un tracciato sabbioso che porta all’apice della collina di Maarakè. Ad attenderli c’erano gli artificieri del battaglione cinese, che pensano di essere a casa loro e usano sistemi da Armata rossa, censurando le informazioni alla stampa e non facendo passare i giornalisti. «Le vie di accesso non sono particolarmente agevoli, soprattutto per le grandi cisterne che dovranno trasportare l’acqua e il carburante», ha osservato Motolese. I genieri di Pechino dovrebbero allargare le strade e spianare il campo, tenendo conto che nel giro di una settimana il contingente italiano sarà composto di mille uomini e costretto a sloggiare dalla base avanzata occupata nei primi giorni. Inoltre il comando italiano vorrebbe affiancare i nostri artificieri ai militari cinesi per bonificare il prima possibile l’area.
«Sarà come in Kosovo, dove ogni tanto perdeva una gamba un guerrigliero dell’Uck (l’esercito di liberazione kosovaro, ndr), oppure saltava in aria un bue e alla sera avevamo la bistecca fiorentina già pronta», sbotta con ironia un guastatore che perlustra l’area. In realtà le colline dove dovrebbero sistemarsi gli italiani sono due, e la seconda è disseminata di bombe a frammentazione e resti di ordigni.
Dei simpatici ragazzotti locali fanno strada a una squadra del III Reggimento genio della brigata Pozzuolo del Friuli, al comando del capitano Luca Palladin. Si spacciano per cacciatori che bivaccano in un edificio ancora da rifinire. In casa tengono elmetti, giubbotti antischegge e fucili da caccia. Uno di loro, con il corpo coperto da tatuaggi, non vuole farsi fotografare o riprendere dalle telecamere. L’impressione è che si trovino sul posto in attesa degli italiani. I guastatori si rendono conto che le bombe a frammentazione, molte delle quali inesplose, non siano state lanciate a caso in questa zona desolata. I fili gialli da collegamento elettrico sono un indizio che gli Hezbollah utilizzavano da posizione elevata per lanciare i razzi verso Israele, distante 25 km, o contro le navi sul mare, a soli 10 km. Un congegno elettronico fa partire il razzo, mentre chi lo ha lanciato è già lontano per evitare i cacciabombardieri.
I caschi blu italiani camminano con circospezione fotografando e filmando fra gli arbusti schegge e ordigni inesplosi. Quando la bomba a frammentazione è intatta con ancora il nastro bianco sulla capocchia, gli specialisti si avvicinano e la misurano per essere certi dell’identificazione. Più indietro gli uomini del 7° Reggimento Nbc di Civitavecchia stanno utilizzando strani rivelatori per individuare eventuali contaminazioni radioattive o aggressivi chimici.
La base di Maarakè sarà al centro del settore italiano, che si estenderà all’interno di Tiro su 275 km quadrati, un terzo della Valle d’Aosta. Dalla «linea blu», che divide Israele dal Libano, la distanza è di circa 25 km. Gli ufficiali stanno seguendo corsi di indottrinamento nella base Unifil di Naqura, e dal 12 settembre il contingente dovrebbe cominciare a svolgere missioni operative. «I nostri compiti saranno di pattugliare il settore, appoggiare l’esercito libanese nel suo dispiegamento e collaborare con le autorità locali», spiega Motolese. Amministrazioni che sono dominate dagli Hezbollah o dai loro alleati di Amal, un altro gruppo sciita che ha combattuto con i suoi miliziani contro gli israeliani.
Gli italiani saranno impegnati anche nella sorveglianza del mare, dopo che Israele ha tolto il blocco aereo. Ieri all’aeroporto di Beirut è atterrato il primo volo della Mea, la compagnia di bandiera libanese, dopo aver sorvolato due volte la città. Il blocco del mare verrà tolto quando la squadra navale italiana al largo delle coste libanesi, assieme a unità della marina francese, sarà pronta a sorvegliare gli spazi marittimi per evitare che arrivino carichi di armi a Hezbollah.
E il compito degli italiani - ha detto ieri sera il ministro della Difesa Arturo Parisi alla festa della Margherita - «è disarmare tutte le milizie, anche Hezbollah». Se, ha precisato, «il governo libanese lo chiede».