Via libera al nuovo diritto fallimentare

Più potere al comitato dei creditori e «riabilitazione» dell’imprenditore

Antonio Signorini

da Roma

Procedure rapide e certe, per mirare «non tanto alla distruzione dell’azienda, allo spacchettamento e alla vendita di quello che resta quando c’è uno stato di crisi, ma al recupero dell’azienda stessa». Il ministro della giustizia Roberto Castelli ha sintetizzato così gli obiettivi della nuova legge fallimentare che è arrivata ieri al traguardo finale. Il consiglio dei ministri ha approvato due decreti attuativi che completano la riforma approvata in settembre. «Una rivoluzione copernicana», secondo Castelli. «Cambia il modo di intendere le regole fallimentari: non è più una questione che riguarda il fallito e gli addetti ai lavori, ma un modo per rispondere alla crisi dell’impresa», ha aggiunto il sottosegretario all’Economia Michele Vietti, che ha seguito dall’inizio il lungo e travagliato iter del provvedimento.
Tra i punti qualificanti della riforma c’è l’attribuzione di maggiori poteri al comitato dei creditori e al curatore: viene inoltre introdotta l’esdebitazione, per liberare il fallito dei debiti non soddisfatti durante la procedura concorsuale, così da poter ricominciare la propria attività libero da ogni addebito. Si sposta «il baricentro della gestione del fallimento», ha aggiunto Castelli, «dal giudice ai veri attori che sono sostanzialmente il fallito o il fallendo e il comitato dei creditori». La figura del giudice delegato viene effettivamente depotenziata. La procedura concorsuale viene affidata al curatore e al comitato dei creditori che dovrà motivare le proprie decisioni, mentre al magistrato resta il controllo di legittimità degli atti. La proposta di concordato può essere presentata da uno o più creditori o anche da un terzo e, una volta ricevuto il parere favorevole del comitato dei creditori, il giudice deve accettarla. Più veloci le controversie sulla procedura concorsuale per le quali è previsto il rito camerale e non più quello ordinario.
Confermata l’esclusione dal fallimento del «piccolo imprenditore», colui che abbia fatto investimenti in azienda non superiori ai 300mila euro e ricavi lordi non superiori ai 200mila euro in media negli ultimi tre anni.
Positivi i commenti alla riforma che introduce per la prima volta dal 1942 una legislazione organica in materia. Soddisfatte in particolare le banche: la legge «contribuisce a metterci al passo con gli altri Paesi europei in un settore cruciale come quello delle procedure concorsuali e che non tarderà a far sentire i suoi effetti positivi, oltre che nella gestione di tante attività imprenditoriali, anche sull’economia italiana nel suo complesso», ha commentato il presidente dell’Abi, Maurizio Sella. «Le regole più moderne ed efficienti introdotte con questo provvedimento - ha assicurato il banchiere - si tradurranno anche in un minor costo del denaro, specie per le imprese più rischiose».