Liberal e socialisti, la strana coppia dell’Ulivo nostrano

Federico Guiglia

Anche in politica vale la massima di Missiroli: non c'è niente di più inedito della carta stampata. Dieci anni dopo il progetto di «Ulivo planetario» a cui i giornali e la politologia dell'epoca dedicarono articoli e pensieri, Walter Veltroni ha dunque rilanciato: qui ci vuole una bella Internazionale di democratici e socialisti uniti nel nome di Bill Clinton. Sempre loro, loro Veltroni, il proponente, e Clinton, l'investito della proposta, e che già l'altra volta ispirava l'ambizione italian-planetaria.
Niente di nuovo sotto il sole di Roma, allora? No, fuorché un dettaglio che non è più un dettaglio ma che costituisce, al contrario, l'involontaria e significativa novità della vecchia idea: nonostante le svolte che hanno portato il maggior partito della sinistra italiana al governo e il suo leader massimo, Massimo D'Alema, alla presidenza del Consiglio, col nuovo, antico sogno oggi riproposto, si certifica che la sinistra, da sola, non va da nessuna parte. Per contare, essa ha bisogno di mettersi assieme a cattolici, riformisti, ambientalisti, insomma «democratici e socialisti», secondo l'auspicio di Veltroni, e non più «socialisti», cioè progressisti solamente.
Tant'è che per il progetto universale vengono citati nomi ed esperienze che spesso stanno come i cavoli a merenda, Clinton e Blair, Palme e Craxi, Kennedy e Brandt. E perché non Schröder e González, o il loro riformismo «non vale»? E perché non Lula e Zapatero, socialisti di nome e di fatto, o le loro politiche suscitano imbarazzo?
C'è un che di singolare in questo tentativo ecumenico di riunire i molti ma non i tutti, dimenticando dei riformisti indiscussi - come i socialisti spagnoli dell'era pre-Zapatero, i quali hanno «portato» la Spagna in Europa e un po' d'economia liberale nel loro Paese, per tacere di altro - e includendo, non si sa con quanta convinzione, laburisti atipici, molto atipici come Blair.
Ma l'evocazione dell'Ulivo, pardon, dell'«Unione planetaria» contrasta con la realtà politica europea degli ultimi decenni (sarà per questo che si pensa all'americano Clinton come invocato punto di riferimento? E come la mettiamo con le differenze radicali fra democratici di qua e di là dell'Oceano, per esempio sulla pena di morte?).
La realtà del Vecchio Continente, come ognuno sa, è quella di forze di sinistra - socialiste, social-democratiche, laburiste: il progressismo ha tante tinte -, che si candidano a governare e governano senza alcuna necessità di minestroni. Si presentano con la loro forte e spesso innovativa identità, come hanno fatto González o Blair in periodi e in Paesi diversi, e gli elettori giudicano persone e programmi. Giudicano e rigiudicano, visto che le esperienze proposte dai vari socialismi europei sono state non solo approvate una prima volta, ma anche una seconda, terza e perfino quarta.
Non si capisce, quindi, perché il maggior partito della sinistra italiana non debba seguire questa strada semplice e chiara, oltre che vincente da tempo in tutti i principali Paesi d'Europa. Tanto più che per diventare planetari, bisognerebbe almeno e intanto volersi bene in casa propria e al Parlamento di Strasburgo. Dove non risulta che democratici e socialisti vivano d'amore e d'accordo sotto lo stesso tetto, e col ritratto del sorridente Bill appeso in salotto.
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