Liberal

Varchi l’uscio di Liberal e ti trovi di fronte la gigantografia di Alcide De Gasperi. Ti volti e hai il ritratto grandezza finestra di Luigi Einaudi. Avanzi e c’è Ferdinando Adornato in carne e ossa. I primi due - il dc e il liberale - sono i penati ai cui valori si ispira la Fondazione. Adornato è l’ircocervo che li sintetizza: udc e liberale, laico e cattolico, dubbioso e credente. È il fondatore, il factotum, il propagandista, l’onnipresente del più antico dei think tank italiani, nato nell’anno di grazia 1995.
Anno, in realtà, disgraziatissimo. Mani pulite teneva sotto scacco il Palazzo. I politici erano già furiosamente divisi tra ex comunisti travestiti e berlusconiani alle prime armi. Dc, Psi e laici erano scomparsi. Sul Colle, Oscar Luigi Scalfaro esercitava con sussiego la sua inutilità. Tempi grami. Osservando queste macerie, Ferdinando - in transito tra marxismo delle origini e folgorazione liberalcattolica - ha esclamato: «Ora ci penso io» e ha creato il suo pensatoio per riportarci sulla retta via. Questo l’antefatto. Il fatto è quel che segue.
«Ciao», saluta Adornato. Ha tra le labbra una di quelle sigarette sottilissime che sono l’alibi dei fumatori incorreggibili e una barbetta da pope. «Fai il giro, poi passa da me», e mi affida a Francesco Accolla, il pr della Fondazione.
I centosettanta metri quadri dell’appartamento di Via della Panetteria sono stati risistemati di fresco per fare posto alla redazione di Liberal che, bimestrale per dieci anni, si è trasformato in quotidiano. Il Quirinale è dietro l’angolo e Magna Carta, il think tank della puntata precedente, a tiro di schioppo.
Accolla, giornalista quarantacinquenne, fazzoletto tricuspide che sbuca dal taschino della giacca, è un buon esempio del crogiolo politico del think tank. Ha trascorsi socialisti, è amico dell’ex craxiano Franco Frattini, bazzica Forza Italia ed è legato all’ex democristiano Giuseppe Gargani, oggi deputato europeo di Fi.
Liberal quotidiano occupa un paio di stanzoni divisi da pannelli, in cui una ventina di giornalisti emulano Hemingway. Parte sono gli ex del bimestrale e hanno origini più di sinistra. Gli altri sono più di destra e provengono dall’Indipendente, sfortunata testata che ha diretto Gennaro Malgieri, fedelissimo di Gianfranco Fini, e che Adornato ha acquistato. I venti sono guidati da Renzo Foa, che quindici anni fa dirigeva l’Unità.
Foa, sessantenne, è il numero due della Fondazione e ha un sodalizio incrollabile con Adornato. Si conoscono da ragazzi e sono trascolorati insieme dal berlinguerismo all’attuale liberalismo. Della squadra fa parte anche la moglie di Foa, Gabriella Mecucci, un tempo all’Unità. Tra i collaboratori ci sono tutte le gamme ideologiche. Dai cattolici patentati, Luca Doninelli ed Eugenia Roccella, a Selma Dall’Olio, moglie dell’ateo devoto Giuliano Ferrara, a Giancristiano Desiderio, pupillo di Malgieri, e Angelo Mellone, idem di Fini, a laici come lo psicoterapeuta Claudio Risè e Alberto Indelicato, ex ambasciatore. Danno a meraviglia l’idea del melting pot politico i tre del Consiglio di direzione: l’ex Cigl Giuliano Cazzola, il già citato aennino Malgieri e Paolo Messa, portavoce di Marco Follini quando era segretario dell’Udc.
Questa macedonia post moderna che azzera le ideologie del secolo scorso è l’elemento distintivo del think tank adornatiano. Gli altri - da Magna Carta che gia conosciamo a quelli che conosceremo - sono ancorati agli «ismi» del ’900 e hanno collaboratori omogenei alla fede.
Fiori all’occhiello del quotidiano sono tre stranieri di fama che Adornato e Foa tengono in palmo di mano: il teocon americano Michael Novak, direttore di Liberal da Washington; John Bolton, l’ex ambasciatore degli Stati Uniti all’Onu, noto falco del bushismo; Raphael Glucksmann, figlio del nouveau philosophe conservatore André che fa invece parte del Comitato scientifico della Fondazione. Ciascuno scrive nella propria lingua ed è tradotto. A farlo, è spesso la redattrice Luisa Arezzo, poliglotta, esperta di politica estera e impregnata di giornalismo: giornalista lei, il marito separato, il compagno con cui vive.
Un centinaio di persone affolla il Comitato scientifico. Destri e sinistri, laici e cattolici, in fraterna mescolanza, scrivono saggi editi in proprio dalla Casa editrice Liberal. In catalogo, ce ne sono una trentina. Tra essi, uno autocelebrativo per il decennale della Fondazione. Titolo icastico, I teo-lib, e sottotitolo narciso, Dieci anni di liberal nella storia italiana. Tra i meriti ricordati, la scoperta del talento giornalistico di Mina che, dopo la bella prova nel bimestrale adornatiano, è passata alla Stampa.
Tra i componenti del Comitato, oltre agli habitué del genere già incontrati in Magna Carta - dal fondatore della stessa, Marcello Pera, a Oscar Giannino e Fiamma Nirenstein - il radicale Massimo Teodori, il colbertista Giulio Tremonti, il veltroniano Giovanni Minoli, a conferma della vocazione macedoniesca di Liberal. Prima di ascendere al Colle, c’era anche Carlo Azeglio Ciampi.
Queste teste d’uovo sono inquadrate in gruppi di lavoro. Quattro i principali. Il Dipartimento dei media, guidato da Mauro Mazza, ottimo direttore del Tg2. Quello della «Biopolitica», diretto dal filosofo dell’Accademia pontificia, Francesco D’Agostino, esperto di famiglia, fecondazioni fantasiose, manipolazioni genetiche. Quello «Economico», di cui è responsabile Carlo Secchi della Bocconi, coadiuvato da Natale Forlani, collaboratore di Marco Biagi, e dal giornalista Enrico Cisnetto, per gli amici Cislordo, per la pignoleria in fatto di soldi. Infine il «Comitato di Difesa», comandato da Michele Nones, docente di cose militari. Tra i membri, Vincenzo Camporini, capo di Stato maggiore della Difesa.
La Fondazione organizza anche tre «Incontri» annuali che rispecchiano le fisse intellettuali dell’instancabile Adornato.
Per parlare di rapporti Usa-Europa ci si riunisce in novembre a Venezia. Ferdinando è infatti «angosciato» - parole sue - per il gelo tra le due sponde dell’Atlantico da lui già intuito prima della controversa guerra irachena.
In settembre, si svolge invece a Siena un «Incontro» sul pensiero storico all’insegna del revisionismo. Il Fondatore si è infatti accollato l’eredità di Renzo De Felice che combatté la vulgata sul Fascismo sentina di ogni male. Esempio di questi spiazzanti punti di vista, Due fronti, volumetto sul franchismo pubblicato da Liberal nel ’98, in cui Sergio Romano, anche lui nel Comitato scientifico, confuta il punto di vista comunista su Franco spietato fascista. Spietato sì, ma non più degli avversari. Fascista, no. Tanto che - scrive l’autore - dopo la morte del Caudillo, e a differenza di quanto accadrà nell’Est comunista, «la Spagna aveva conservato energie e virtù per il suo futuro politico ed economico».
Il terzo meeting ferdinandesco è dedicato alla politica e si svolge a Todi in una data ballerina tra gennaio e giugno. A Todi nacque la Costituente di Destra, seno nutritore del futuro Pdl. Ferdinando è stato sempre orgoglioso di questa paternità, salvo emigrare nell’Udc appena il Pdl ha visto la luce. Questo però attiene alla psiche adornatiana, interessantissima, ma estranea al tema.
Coadiutore del Fondatore in questo falansterio di iniziative, l’allampanata e lunare figura di Renato Cristin, segretario generale del think tank. Cristin, docente di Filosofia a Trieste, è l’ex direttore dell’Istituto italiano di Berlino negli anni del gabinetto Berlusconi.
«Quanto costa questo po’ po’ di roba?», chiedo al Fondatore quando Accolla mi introduce al suo cospetto. Lo studio è un sancta sanctorum. Qui, Adornato pensa e riceve. Nel salotto Old England con divani di cuoio scuro sono allineate tre file di foto incorniciate con unico soggetto: il Fondatore in compagnia di ogni possibile Grande della Terra.
«Un milione l’anno», risponde Ferdinando e aggiunge: «Settantamila sono finanziamento pubblico. Il resto è mecenatismo privato». Poi mi fissa e chiede: «Tu che hai capito di noi?». «Che vi occupate di politica, relazioni Usa-Ue e di revisionismo storico. Ma ho visto anche pubblicazioni su laicismo e religione». Il Fondatore si illumina ed esclama: «È la nostra ragione sociale. Liberal è nato per abolire lo steccato tra atei e credenti. Porta Pia è preistoria». E giù un profluvio sul confronto tra laici e cattolici. Guarda la fototeca e indica una foto con Wojtyla. «È quella cui tengo di più. Mi convocò dopo un mio editoriale su di lui intitolato: L’unico (l’ultimo?) filosofo morale. Mi disse: “Può ritenersi soddisfatto. Al trenta per cento ci ha azzeccato” e mi mandò a Lublino, la sua università, a parlare del suo pontificato».
Ferdinando è raggiante al ricordo, ma ho un’obiezione: «Di laici e cattolici e di Usa-Europa si occupano anche il Foglio e Magna Carta. Non siete gli unici». «Ma siamo stati i primi», dice con una sfumatura di rimprovero ai concorrenti per averlo offuscato. Poi concede magnanimo: «Uno getta il seme. Se poi l’albero non è intestato a lui, fa nulla» e mi accompagna nobilmente alla porta.
(2. Continua)