Il liberale che alzò «La Voce» con Prezzolini

Dotato di un ego ipertrofico, «Batti» in teoria esaltò la Volontà in quanto Bene supremo, ma in pratica si piegò volentieri al clientelismo della politica

Si avvicinò alla Società teosofica della santona russa Elena Blavatsky all’età di 18 anni. Gli adepti di questa remota religione sapienziale erano sparsi in Russia e in Occidente. Il giovane, che frequentava la Società teosofica romana di Via Francesco Crispi, vi aderì ben presto anima e corpo. Non era il tipo da fare le cose a metà. Fece voto di castità e di rinuncia alla carne, al vino e al tabacco. Trascorreva ore in sedute spiritiche fino all’alba. La più costernata per questa impuntatura, era la mamma che sul suo ragazzo aveva concentrato molte speranze.
Giovanni Battista, detto Batti, questo il nome del Nostro, era nato a Napoli, primo di sei figli. La famiglia era modesta per le strane scelte del padre, Pietro Paolo. Costui, nato a Sarno da ceppo borghese, aveva lasciato gli studi per seguire Garibaldi. Finite le guerre, si trovò senz’arte, né parte. Mentre i fratelli più previdenti si erano sistemati nell’esercito e nell’avvocatura, Pietro Paolo finì usciere al ministero della Pubblica Istruzione in Roma. Mai però gli venne meno la consapevolezza delle buone origini e inculcò nei figli il germe dell’ambizione. Batti, per intelligenza e carattere, aveva i numeri per soddisfare il desiderio di riscatto della famiglia. Anche il passaggio nella Società teosofica, nonostante le ansie che suscitava, facevano parte del percorso. Una tappa della sua maturazione verso più alte vette speculative. I suoi interessi fondamentali erano filosofici e corrispondeva con don Benedetto Croce.
Tra i teosofi conobbe Eva Kuehn, lituana di passaggio a Roma. Fu la classica folgorazione reciproca. Russa di lingua e di padre baltico-tedesco, Eva ebbe su Batti un effetto stabilizzatore. Insieme andarono a Lipsia, lei per certi suoi studi letterari, lui per approfondire l’etica kantiana. Sull’abbrivo, Batti elaborò una personale teoria filosofica che avrebbe visto la luce di lì a qualche anno.
Tornati a Roma, i due si sposarono. Fu un rapporto perfetto che durò sempre, cioè fino alla morte precoce di lui. In attesa che Eva padroneggiasse l’italiano, comunicarono in francese e in questa lingua continuarono a scriversi, come si vede dal carteggio che ci è rimasto. Batti si firmava alla russa Vanecka (Giovanni), indirizzando le lettere alla «Cara Evocka».
Il Nostro si trasferì a Firenze per dirigere la Biblioteca filosofica e finì subito nel giro del settimanale La Voce. Ebbe con Prezzolini un rapporto di amore e odio. Finché giunse alla rottura, considerandolo troppo polemico. «Il tono de La Voce - gli scrisse - mi irrita... Voi non combattete le opinioni degli altri... ma proprio gli altri in sé... Se vi fosse possibile, li brucereste». Prezzolini era un tipo difficile, ma Batti non lo era meno a causa di un ego ipertrofico. «Sono - disse di sé - l’organismo intellettuale più complicato che abbia conosciuto. Neppure una gamma manca alla mia intelligenza: l’arte, la poesia, la musica, la filosofia». D’accordo andò invece con Papini, più inclinato alla filosofia. Insieme fondarono un altro giornale, L’Anima.
A Firenze, prese forma definitiva il pensiero del Nostro. L’essenza è nel titolo del libro che lo espone: La Volontà è il Bene. La virtù coincide col volere. Una concezione che somigliava in tutto al ferreo carattere dell’autore. L’opera ebbe buona accoglienza. Nonostante non fosse laureato, gli fu dato un insegnamento nell’università di Pisa. Aveva 30 anni.
La sua esistenza era però a una svolta. Di colpo, lasciò gli studi e si gettò nel giornalismo e nella politica. Accettò il posto di corrispondente romano del Resto del Carlino. Dalle sue colonne, appoggiò la guerra di Libia. Passò al Corriere della Sera e ne accentuò la posizione interventista alla vigilia della Grande guerra. Pensava che il sangue avrebbero temprato gli italiani. Partì al fronte tenente di artiglieria, si buscò la malaria e fu congedato con una medaglia. Riprese l’attività giornalistica, ma già nel ’19 era deputato coi liberal conservatori. Fu rieletto nel ’21 e nel ’24.
Aveva il collegio a Salerno, nella terra d’origine della sua stirpe. Si piegò al clientelismo e ai compromessi parlamentari. Un giorno, Prezzolini lo vide confabulare a Montecitorio con un deputato della parte avversa. «Com’è?», si stupì. «In politica, l’avversario di ieri può diventare l’alleato di domani. Non si sa mai», disse l’altro con un sorriso furbo. Pareva insomma che la politica avesse cambiato anche lui. Ma non era così.
I disordini del dopoguerra lo turbarono. Si oppose radicalmente al rivoluzionarismo e alle occupazioni socialcomuniste. Altrettanto, alle reazioni squadristiche. Poiché però la violenza di queste ultime cresceva, mentre scemava quella degli altri, Batti si concentrò nella lotta al fascismo. Da uomo di destra, si trasformò in leader della sinistra. Fu il simbolo della resistenza parlamentare a Mussolini e subì bastonature.
Morì in esilio a 44 anni. Sulla sua tomba straniera era scritto: «Qui vive XY, aspettando». L’attesa finì nel 1950, quando le ossa di Batti, il liberale, furono riportate in Italia dai due figli, divenuti deputati comunisti.
Chi era?