IL LIBERALE COMUNISTA E LA CULTURA SINISTRA

In questa città, come nel Paese e in Europa, la politica sta segnando un momento talmente individualistico e lontano dalle esigenze delle comunità che non devono stupire certi comportamenti che corrodono la democrazia, lentamente ma non vorremmo inesorabilmente in quanto ogni persona è sacra perché diversa, ogni diritto storico è uguale per tutti e soprattutto perché finché non si delinea precisamente questa benedetta terza via, il bene più grande che abbiamo è appunto il metodo democratico fondato sulla libertà e sui diritti da questa derivati. Troppa democrazia, troppa libertà dicono alcuni. No, diciamo noi. La democrazia si poggia su regole precise e rispettate. Democrazia è responsabilità. Responsabilità è competenza. L’incapacità ignorante porta al libero arbitrio che è l’opposto della libertà.
Ora vediamo il mondo politico sfaldato, diviso in tante piccole particole dove «uno fa da capo» e chi ha il «comando» non si pone il problema del rispetto e delle necessità di chi amministra e dirige. Così avviene anche in Liguria, dopo l’elezione del nuovo presidente Regionale. Come mai è andato a toccare le tassazioni? Come mai non si sono prese in considerazione altre misure, ma la più vecchia e facile delle opzioni? Non esiste un vincolo d’intelligenza per chi comanda? Come ci può dire di sinistra ed avere un liberale al Bilancio? Che potrà rispondere il nuovo presidente Regionale a Rifondazione Comunista alle prime idee del professor Pittaluga? Possibile che costui sia trasformato con l’esser stato eletto? Non è possibile, conoscendo la persona, la sua competenza, la sua stimata e solida «fede» nel metodo liberale. E allora, che cosa succede? Come si può accettare l’aumento delle accise sulla benzina e sul bollo auto che colpiscono soprattutto i redditi e i salari più deboli? Come accettare questo giochetto delle tre carte, per non porre tassazioni dirette (ticket sui medicinali, sulle prestazioni diagnostiche etc)?
Come accettare i comportamenti manzoniani del signor Abbundo che vagola tra margherite e campanili, solo perché non pensava che Forza Italia perdesse o meglio che lui, l’Abbundo, non pensava d’essere trombato. La sicurezza dell’antipolitico, disprezzata da Machiavelli e Guicciardini. In politica, e non solo in politica, bisogna possedere regole, saperle rispettare e farle rispettare. Una di queste è quella di saper accettare «il capo». Accettarlo criticamente va da sé, ma non fargli fronda soprattutto da posizione minoritaria o lasciarlo quando le cose non vanno bene. È poco sportivo, poco leale ed è proprio nell’avversa fortuna che si vedono i politici di razza e le persone di retta coscienza.
Fare politica significa non truffare chi ti ha eletto e, in certa misura, anche chi ti è avverso. Ogni partito dica che cosa è, che cosa si prefigge e così ogni politico con chiarezza e coraggio, senza nascondersi e senza mascherarsi da altro perché il vero fantasma che da sempre si aggira nel mondo è l’intelligenza, più pericolosa della malizia. Il problema è semplice: gestire accortamente e con saggezza la cosa pubblica. Vedere se una «cosa» s’ha da farsi se è di beneficio il più largo possibile e non un’utilità per uno o per pochi. Come insegna il sindaco di Bologna Cofferati. Passato dalla comoda situazione di criticare (minoranza) a quella difficile di decidere (maggioranza), e credendo il Cofferati nella concertazione come metodo e non come fine, alla fine decide, sentiti tutti i soggetti di diritto. E quando decide, per la comunità e non per alcuni, ecco che i suoi compagni di partito, la sinistra comunista o post-tale, insorgono perché decide senza favorire le minoranze. Questo è la contraddizione centrale e grave della democrazia italiana: credere (o volere?) che la/le minoranze abbiano il diritto tout court di imporre le proprie convinzioni e, peggio, discutere sempre senza mai decidere, per non avvallare le indicazione della maggioranza.
Come nel caso di caso-Cornigliano, dove il dottor Claudio Burlando e giunta sono la minoranza, giacché la maggioranza dei cittadini della circoscrizione non vuole i megaforni elettrici, e dove anche un orbo vedrebbe che è una scemenza tenere quel marciume in città. Possibile che siamo ancora a far regali ad un industriale? Basta con le acciaierie che deturpano la città, basta con le beghe sul porto - intanto rientra in un piano mondiale di spartizione tra le tre più grandi compagnie «marittimo-finanziarie» - che non si riesce a porlo sul mercato come scalo passeggeri internazionale. Ma potremmo sbagliarci sulla questione Cornigliano, e allora perché non fare un referendum da cui si vedrà come la maggioranza la pensa al proposito?
I poveri cittadini di Genova sono contenti che scalette e vagoni ferroviari siano portati via dalle vie e dalle piazze. Questo il risultato di cattivi maestri, della stupidità anticulturale. Se al posto di queste «ciofeche» l’«investitore» di danaro pubblico dottor Germano Celant avesse disposto in tutta la città, periferie comprese quindi, delle autentiche opere d’arte, gli effetti sarebbero stati diversi: i cittadini sarebbe stati posti nella condizione di comprendere l’arte contemporanea, avrebbero iniziato a pensarla come qualche cosa di buono e di necessario alla vita e non un affare per pochi eletti.
La sinistra, il centro sinistra, non commetta l’errore culturale e politico di rinchiudersi nella propria ideologiaLa politica non è che una forma di cultura, la cultura di amministrare altri come se si amministrasse se stessi. E se il popolo, sempre meno massa, dovesse rimanere massa, povera quella nazione che non se ne accorgesse e non corresse ai ripari e promuovesse lo sviluppo educativo e formativo di esso.