"Il liberalismo vince senza bisogno di cercare egemonie"

Marcello Pera, il senatore-filosofo, risponde alla provocazione: "La cultura del mercato non ha paura della crisi". Ma avverte: "Bisogna evitare che la democrazia degeneri"

Milano - Marcello Pera è un filosofo liberale «prestato» alla politica. È stato senatore di Forza Italia e ora lo è del Pdl, ricoprendo anche il ruolo di presidente del Senato, nella XIV legislatura. Lo abbiamo intervistato sullo stato di salute del liberalismo italiano.

Professor Pera, dal crollo del muro di Berlino, più o meno tutti si dichiarano «pro mercato». Eppure i liberali italiani sembrano essere rimasti un po’ in ombra in politica: non hanno fatto rete, sistema...
«Io credo che questo sia in tutti i sensi il momento dei liberali, è la loro cultura che sta vincendo. È sbagliato valutare il loro successo a partire da concetti come quello di rete. L’idea che caratterizza i liberali è proprio quella di non creare reti o cenacoli. Il cenacolo è il modello gramsciano dell’egemonia culturale, sarebbe il metodo del vecchio Pci... I liberali amano fare le cose in un altro modo, stando ciascuno “a casa propria”. Il liberalismo è un’idea che si pratica e non si predica e il centrodestra italiano la pratica bene, altri meno. In ogni caso il liberalismo non è una dottrina con sacerdoti e cultori. È una dottrina senza chiesa...».

Ma così i liberali non rischiano di restare in una posizione marginale?
«No affatto. Fanno quello che devono fare: continuare a pensare, a scrivere, a parlare. L’impostazione che avete dato al dibattito sulle pagine del Giornale, devo dire, mi fa venire in mente che il modello egemonico praticato dalla sinistra abbia dettato la linea, il modo di pensare, anche a destra...»

Resta il fatto che quel modello egemonico ha a lungo relegato gli autori liberali fuori dal mercato editoriale. Ieri lo ha ammesso anche Dario Antiseri.
«È vero, in un certo senso il liberalismo è stato “perseguitato”, soprattutto a causa di quel sistema egemonico che sarebbe assolutamente un errore replicare... Ma ormai quella cultura è tramontata. Resistono qua e là dei feudi delle roccaforti, quegli intellettuali che si strizzano l’occhio a vicenda...».

E tutti quelli che scaricano la colpa della crisi sui teorici liberali?
«La crisi, più che al liberalismo è attribuita al capitalismo, se vogliamo essere precisi. Il bersaglio è il capitalismo e nel capitalismo possono esserci delle inadeguatezze. Ma questo non mette affatto in discussione il liberalismo. Semmai è la politica che di fronte alla crisi ha optato per delle soluzioni di tipo diverso, per l’intervento dello Stato».

E questo non le fa temere che qualcuno voglia riportare indietro l’orologio della storia?
«L’obiezione al sistema economico attuale, almeno in Europa e in America, è fondata solo sulla necessità di regolare meglio il mercato. E la critica sulle regole è essenzialmente una critica liberale. Quindi non ci vedo assolutamente nulla di male. Non è un ritorno al passato. Il liberalismo, proprio per il suo carattere non ideologico riflette sugli errori, fissa nuove regole... È nella sua natura».

Però la parola «liberalismo» negli ultimi dieci anni l’hanno usata tutti quanti, forse anche a sproposito o mistificandone il senso.
«Specialmente dopo la morte dell’utopia comunista, tutti si sono accorti che il libero mercato era uno strumento potente ed efficiente. Certo, non tutti quelli che lo hanno detto lo hanno poi trasformato in azioni concrete... Ma nonostante tutto questa è la prova che quella di un’economia libera è un’idea vincente».

Quali sono i capisaldi a cui il liberalismo del nuovo millennio deve appoggiarsi?
«Credo che vada ribadito il profondo legame tra il liberalismo e il cristianesimo. È a partire dal cristianesimo che si sono creati concetti forti, come il rispetto dei diritti dell’uomo. Questi concetti sono alla base del pensiero liberale e il vincolo con la tradizione e con questi valori va ribadito. È per questo che negli ultimi due anni ho lavorato al mio ultimo libro Perché dobbiamo dirci cristiani».

Sono valori che hanno senso anche per i laici?
«Certo. Il liberalismo ha fatto proprio questo: ha secolarizzato alcune virtù cristiane. Ha contribuito a diffonderle, le ha rese virtù sociali: come l’affidabilità, l’onestà, la correttezza, il rispetto dell’individuo...».

Anche le idee vincenti corrono dei pericoli. Quali sono i pericoli che corre il liberalismo? Lasciando perdere la crisi...
«Il rischio vero per il liberalismo sono la laicizzazione e l’uso improprio della democrazia. La democrazia risponde al consenso, il liberalismo molto meno. Se il binomio liberal-democratico poggia troppo sul “pilastro” democratico si finisce per essere completamente sottomessi alla ricerca del consenso. Si finisce per trasformare la politica nella necessità di accontentare dei clienti. In tutti i Paesi lo specchio di questo fenomeno, il termometro, sono le leggi finanziarie. Ci sono le categorie che si mettono in coda per strappare benefici...».

Come si fronteggia questo pericolo?
«Con la diffusione della cultura liberale. Praticare il liberalismo, come dicevo prima, ma anche capire cosa si pratica».

In Italia ci sono dei giovani pensatori liberali, delle nuove leve valide?
«Dalla caduta del Muro di Berlino e dopo la morte delle ideologie c’è stata una grande attività intellettuale e si sono formati molti giovani che producono opere di livello, bravi. Non mi chieda però di fare l’elenco dei nomi, non è il caso».

E il nostro sistema universitario? Secondo Antiseri è un nodo critico e lei si è battuto molto per innovarlo.
«Ci vorrebbe autonomia, ma anche responsabilità. Le università dovrebbero essere libere di fare, premiate quando funzionano, ma chiuse quando falliscono, quando non creano cultura».