La «liberalizzazione» di Bersani: botta da 3 miliardi per le banche

È quanto perderà il sistema creditizio con la norma sul massimo scoperto

da Milano

Tre miliardi di euro. È quanto verrebbe a costare al nostro sistema bancario un codicillo inserito nella «lenzuolata» di liberalizzazioni introdotto da Pierluigi Bersani. Il disegno di legge che sarà ora portato all’esame del Parlamento prevede infatti l’abolizione della commissione di massimo scoperto. Ma ci sono tanti ostacoli da superare. Il primo e più evidente è quello dell’approvazione parlamentare. Per ora l’effetto annuncio è stato forte, un po’ come a luglio dello scorso anno è stato enorme il clamore per la tassazione retroattiva sull’Iva degli immobili. O sulla liberalizzazione delle licenze dei taxi. Ma oggi, come ieri, il rischio è che i conti comportino alla fine una cancellazione della norma.
La commissione di massimo scoperto è una componente dei costi bancari, presente anche in Spagna, Francia e Olanda, per la quale si portano artificiosamente all’insù gli interessi pagati sui propri conti correnti. La condizione perché questa sorta di tagliola agisca è che si tocchi il massimo del proprio affidamento bancario o si superi. Circostanza, che sia pure per un giorno, comporta il calcolo maggiorato degli interessi passivi su un periodo ben superiore. Gli istituti di credito la giustificano proprio in virtù degli accantonamenti che comunque debbono fare per tenere sempre a disposizione risorse per i fidi concessi. Si tratta comunque di una manna per la banche. Che infatti custodiscono gelosamente il dato su quanto incassato da questa commissione. L’incasso da questa commissione è infatti ricompreso nei 40 miliardi (dato del 2005)di margine di interesse che ricava dai propri clienti il nostro sistema bancario: esso rappresenta la differenza tra gli interessi attivi e quelli passivi.
Secondo la banca d’affari Morgan Stanley, che ieri ha diffuso una nota ai propri clienti, la manovra «potenzialmente è equivalente ad un taglio del 10 per cento del totale dei guadagni dell’intero sistema bancario italiano». Nel 2005 l’utile netto delle nostre banche era di 16 miliardi a cui sommare 6 di imposte: per un totale di 22 miliardi.
Più dettagliato lo studio, anche questo riservato, di Intermonte. Secondo una prima simulazione per ora ancora non confermata dal feedback da parte delle banche, il costo della manovra per il sistema dovrebbe aggirarsi intorno ai tre miliardi. Nello studio si legge anche che «la trasferibilità dei mutui e l’eliminazione dei costi di chiusura dei conti, avrà un impatto solo marginale». Diverso il discorso per la commissione di massimo scoperto che porterà ad una riduzione dei ricavi da interessi con un impatto prima delle tasse tra il 7 e l’8 per cento.
Un taglio sugli utili di tre miliardi, confermato ieri sera alla trasmissione televisiva 8 e mezzo dallo stesso Bersani, oltre ad essere una botta per il comparto, ha però anche degli effetti indesiderabili per l’erario. In maniera piuttosto approssimativa si possono infatti calcolare mancate imposte su base annua per un miliardo.
Sempre secondo gli esperti di Intermonte le banche potenzialmente meno toccate dalla novità saranno Intesa, Unicredit e Credem: la loro struttura di entrate è infatti meno sbilanciata sui guadagni da margine di interesse.
Parte ora la discussione parlamentare. Ma sul costo che il sistema bancario dovrà affrontare e sul possibile buco nel gettito fiscale si concentreranno le critiche più forti verso un provvedimento, che dal punto di vista dell’annuncio, ha già sortito i suoi effetti.