LIBERALIZZAZIONI FASULLE

La confusione è notevole perché tutto è stato fatto, tranne che spiegare i veri termini della questione. Ci riferiamo, naturalmente, allo sciopero selvaggio dei tassisti e al disagio intollerabile cui vengono sottoposti i poveri cittadini inermi, presi nella tenaglia delle reciproche incomprensioni e del rischio di crociate uguali e contrarie. Proviamo, dunque, a spiegare meglio la norma del decreto Bersani, che per molti aspetti è positivo, ma che nel caso specifico commette un grossolano errore. La norma sul servizio dei tassì, infatti, non c’entra nulla con la liberalizzazione di quel mercato, che resta regolamentato da tariffe obbligatorie, da turni di servizio altrettanto obbligatori, oltre che dal numero di licenze previste dai rispettivi Comuni. La norma in questione non impone, infatti, né ai sindaci di aumentare il numero delle licenze, né ai conducenti consente di derogare dall’obbligo dei turni e delle tariffe. Tutto, insomma come prima. Qualcuno ha detto che la norma, comunque, migliora il servizio perché farebbe aumentare il numero dei tassì circolanti nelle grandi città. Questa è solo una bugia, perché il potere resta nelle mani dei sindaci, che anche senza la norma Bersani possono aumentare il numero delle licenze, come hanno fatto negli anni scorsi Albertini e Veltroni, che a Milano e a Roma hanno dato alcune centinaia di nuove licenze. Se così è, allora, sbaglia il governo a fare una norma che è apparsa come liberalizzatrice del servizio dei tassì, mentre non lo è; e gli stessi tassisti, che hanno reagito con violenza prendendo per buone le confuse notizie date dai media. Detto questo, però, la norma Bersani ha una sua «ratio» precisa che, lo ripetiamo, non c’entra nulla con la liberalizzazione del servizio. Quella norma, infatti, abolisce il divieto di cumulo delle licenze, per cui ciascuna persona, fisica o giuridica, può avere 50, 100, 200 licenze e può esercitare il servizio assumendo conducenti che saranno così lavoratori dipendenti. In parole semplici, quella norma dà un segnale forte per trasformare il popolo dei tassisti, che sono lavoratori autonomi, in un popolo di dipendenti. Tutto questo, naturalmente, a condizione che società di capitali e/o cooperative intervengano nel settore, facendo incetta di licenze, acquistando casomai anche quelle vecchie, per gestire in maniera dominante il servizio di tassì nelle grandi città. Quella norma incita, infatti, le società e le cooperative a scendere in campo, perché solo esse hanno la forza finanziaria per pagare l’acquisto di numerose licenze, vecchie o nuove che siano. Stando così le cose, non c’è chi non veda che ai cittadini-consumatori non arriva alcun vantaggio, perché il numero dei tassì non aumenta e le tariffe non vengono abbassate. Anzi, arriverà probabilmente uno svantaggio perché se oggi un tassista per pagare la macchina nuova o la licenza acquistata è disponibile a lavorare oltre il proprio turno se il Comune lo dovesse autorizzare, domani il conducente-dipendente smetterà di lavorare un minuto prima e non un minuto dopo. Saggezza vorrebbe, giunti a questo punto, che si mettesse da parte questa norma, sostituendola con un’altra che autorizzi ciascun conducente a lavorare, se vuole, anche oltre il proprio turno. In un mercato necessariamente regolamentato proprio a tutela dei consumatori (tariffe predeterminate e obbligatorietà dei turni), questo è l’unico elemento di concorrenza che può essere introdotto, fermo restando il diritto dei sindaci di garantire, con un numero sufficiente di licenze, il servizio pubblico dei tassì. Come si vede, tutta la questione c’entra molto poco con il processo di liberalizzazione, che per altri mercati invece è un fatto decisamente positivo.