CON «LIBERANTI» LA TV VA IN CARCERE

Il carcere, i detenuti, la curiosità di conoscere la loro vita e il loro percorso umano sta diventando un nuovo terreno di caccia della nostra televisione. È notizia di qualche settimana fa che Maurizio Costanzo ha intenzione di dedicare a questi temi un apposito programma dai connotati ancora incerti (era stato inizialmente definito un reality, con immediate polemiche e minaccia di mancata collaborazione da parte delle autorità penitenziarie). Dalla scorsa stagione, intanto, la ricerca di nuove tipologie narrative per raccontare la vita carceraria non ha mancato di sperimentare anche la chiave ironica, con una sitcom ambientata dietro le sbarre e interpretata da alcuni comici di scuola Zelig. Ora scende in pista anche il canale satellitare Fox Crime con Liberanti (mercoledì, ore 21,55) che viene definita «la prima docu-fiction ambientata nel carcere romano di Rebibbia» e che segue gli ultimi giorni di permenenza in prigione di alcuni detenuti per poi verificarne il successivo impatto con il mondo esterno, una volta usciti dal penitenziario. Di Francesco, Luca, Raimondo e Andrea (queste le prime «cavie» del documentario) veniamo a conoscere dapprima la fibrillazione emotiva degli ultimi giorni da detenuti, la voglia di rifarsi una vita, la paura di non farcela, talvolta persino il timore di lasciare la conosciuta routine dei giorni sempre uguali trascorsi dietro le sbarre. Subito dopo, come nel caso di Francesco Fusano detto «Fuso», ne seguiamo i primi passi da uomo libero, il ritorno nel paese d'origine, la rivisitazione dei luoghi dove ha cominciato a smarrirsi (le panchine del giardino dove si radunava con gli amici a drogarsi, la visita all'unica amica che non lo ha abbandonato e che cerca di catechizzarlo in vista di possibili «ricadute»). Liberanti, come tutti i nuovi esperimenti, soffre di alcune ingenuità didascaliche forse inevitabili almeno nelle puntate di rodaggio, in cui lo spettatore avverte che la presenza delle telecamere è fin troppo percepita dai protagonisti, li rende sin troppo ligi e timorosi come se fossero davanti a un nuovo giudice. Tuttavia l'idea di creare un ponte narrativo tra la detenzione e il «dopo» è di quelle meritevoli di segnalazione e sviluppo. Resta aperta una perplessità di fondo, in questo massiccio interesse catodico verso la vita carceraria: si ha l'impressione che la televisione faccia da supplenza alle lacune della politica, che non riesce a rendere finalmente umane le condizioni di vita nelle carceri, rimanda da tempo le decisioni, promette e non mantiene nemmeno davanti agli appelli di un Papa. Al posto della politica è ora la televisione a interessarsi dei carcerati, ma non è ovviamente la stessa cosa e dà l'idea di non essere nemmeno un buon segno.