"Liberazione" colta in fallo

Non è che abbiamo la fissa di occuparci di Liberazione («giornale comunista»), è che loro lanciano dibattiti che altrimenti a noi sfuggirebbero, e quindi siamo costretti ad andargli dietro, a riprendere i loro grandi temi e rifletterci su. Ieri per esempio nella sezione Cultura c’era una doppia paginata che ci ha mandati un po’ in crisi. Il titolone era «Caro fallo ti scrivo... fascino e tabù del pene eretto», e l’illustrazione era proprio quel coso lì, sull’attenti, bello grande e scontornato.
Abbiamo scoperto che non è vero quel che pensano conservatori e reazionari, e cioè che quelli di Rifondazione sono un po’ ottusi e non cambiano le loro vecchie idee neanche se cambia il mondo. Le cambiano, le idee, altroché se le cambiano. Ammettono di aver sempre pensato che l’organo sessuale maschile - quand’è in erezione, s’intende - era di destra, e invece può essere non solo di sinistra, ma perfino rivoluzionario. Si legge infatti nel sommario: «È forse ora di cominciare a riscattare dalla proibizione che lo imprigiona l’erotismo del pene e guardarlo non solo come lo strumento della fallocrazia, ma anche come un organo di piacere, sovversivo anche per il maschio etero».
L’articolo, a firma di Gian Maria Annovi, spiega molto bene la faccenda. Cita un romanzo di Marinetti, Mafarka il futurista, dove il coso maschile ha un ruolo di rilievo, ed è un libro «che anticipa l’ideologia del fascismo», con la sua «retorica della virilità». Ma è ora di piantarla di lasciare il pene eretto alle destre, «occorre forse - citiamo testualmente - fare un passo indietro e, senza mai abbandonare il piano della critica e della denuncia, considerare il pene non solo come uno strumento di potere fallocratico e di violenza ma anche come un organo di desiderio e di piacere». Ma pensa: chi ci sarebbe mai arrivato da solo, senza il provvidenziale revisionismo di Liberazione?
Per fortuna oggi la narrativa viene a sostegno della svolta, riscattandosi dalle miserie di un Marinetti qualsiasi. Come esempio viene citata una recente raccolta di racconti che s’intitola, guarda un po’ che fantasia, Pene d’amore: «Il protagonista indiscusso di questi racconti», scrive Liberazione, «è un cardiopene. Un cazzo con attaccato un cuore, un essere autonomo».
Naturalmente il ragionamento è alto, dotto, scandito da espressioni tipo «falloforie letterarie», «destrutturazione creativa del fallologocentrismo», «epifanie falliche», «distinzione freudiana-lacaniana tra pene e fallo», «il fallo come significante della mancanza», «destituzione del simbolico egemonico della differenza sessuale».
Il tutto per darci questo suggerimento finale: «È infatti la qualità sovversiva del piacere, l’espressione libera del proprio desiderio, ciò che non può tollerare il potere». Quindi, dicono in sostanza quelli di Liberazione, per fare opposizione non basta usare la testa, bisogna usare anche il pene. Ammesso che tra i due organi non ci sia già una totale identificazione.