Ma per «Liberazione» nessuno taglierà le radici del comunismo

Il direttore Sansonetti risponde a Cacciari che aveva decretato la fine del Pci: «Impossibile eliminarlo, la strada per il partito unico non è facile»

Gian Maria De Francesco

da Roma

«Quella storia si è esaurita per sempre». Lo ha detto il sindaco di Venezia, il riformista in salsa heideggeriana Massimo Cacciari, in un’intervista al Corriere della sera venerdì scorso riferendosi al superamento del vecchio Pci con l’elezione di Napolitano (un combattente di «lotte mai vittoriose») a capo dello Stato. Liquidare l’esperienza comunista? «È un’operazione impossibile», ha replicato il direttore di Liberazione, Piero Sansonetti, in un editoriale pubblicato ieri.
La polemica, quindi, è destinata a continuare e a fare da côté alle diatribe che contraddistinguono la travagliata formazione del secondo governo Prodi. E Sansonetti la riaccende. «La tesi di Cacciari è la forma più moderna di revisionismo che opera la cancellazione di un pezzo fondamentale di storia recente per cambiare i rapporti di forza nella società», ha scritto il direttore del quotidiano di Rifondazione.
«La forza del Pci, grandissima, non è venuta da Mosca - prosegue - ma dalla robustezza delle sue battaglie e delle sue vittorie». Il catalogo, secondo Sansonetti, è molto ampio: la Costituzione, lo Statuto dei lavoratori, il Servizio sanitario nazionale, la scuola gratuita, divorzio, aborto, scala mobile, ecc. Insomma, il merito del partito di Togliatti, Longo e Berlinguer è stato quello di accentuare gli «aspetti sociali» della democrazia italiana soprattutto tra gli anni ’60 e ’70. Il tentativo revisionista denunciato da Liberazione è quello di portare al centro della battaglia politica una «sinistra vergine», non malata di «dirittismo», inteso come difesa delle classi più deboli, e «pronta ad assumere un ruolo di guida politica subalterno ai grandi interessi delle potenze economiche».
Ma il percorso per la nascita del Partito democratico non sarà facile, conclude Liberazione, perché il Pci, unico sopravvissuto alla crisi della prima Repubblica, è «rimasto in piedi» nei Ds, in Rifondazione e nel Pdci che hanno una forza elettorale vicina al 30% e i suoi uomini sono al vertice delle istituzioni. Ucciderlo, ucciderne l’immaginario e la cultura politica, «tagliare le radici della sinistra» per creare il Partito democratico è «impossibile».
Fin qui l’analisi di Sansonetti. Bisogna tuttavia ricordare che il discorso si dipana a partire dal «fattore k», termine elaborato da Alberto Ronchey sul Corriere nel 1979 per sottolineare tanto l’incompiutezza della democrazia italiana che escludeva il 33% dei cittadini, elettori di Berlinguer, dal governo del Paese quanto la carenza di legittimazione del Pci a costituirsi come alternativa perché legato a filo doppio al Pcus sovietico. E lo stesso Ronchey, sempre sul Corriere, ha sottolineato che il residuo del «fattore k» è nell’incapacità dei Ds di esprimere il capo di una coalizione per guadagnare i voti moderati. Una condanna storica a non tradurre in governo il consenso popolare? La risposta l’ha data Ronchey in Accadde in Italia (Garzanti, 1977). Anche quando nel 60° della Rivoluzione a Mosca Berlinguer pronunciò la parola «pluralismo» intendeva la possibilità per il Pci di essere egemone anche in Italia. Con buona pace dei miglioristi.