La liberazione di Sarkozy

Quando Nicolas Sarkozy ha affidato il ministero degli Esteri a Bernard Kouchner, suo avversario a sinistra, si poteva pensare a un'astuta manovra per infrangere lo schieramento dell'opposizione. Ma la sua scelta di convocare sette stranieri nella «commissione per la liberazione dell'economia» non gli porta nessun vantaggio nella politica interna, anzi va contro il tradizionale nazionalismo francese. Le due personalità italiane chiamate a far parte della commissione confermano che si tratta di scelte fatte in base alla competenza, piuttosto che a strategie politiche contingenti e di basso profilo. Franco Bassanini, ulivista, da noi è stato autore di una riforma - semiabortita - per lo snellimento della burocrazia e dell'apparato statale. Mario Monti fu un fiero avversario di Sarkozy quando il presidente francese era ministro dell'Economia e Monti commissario alla Concorrenza dell'Unione Europea.
Il messaggio, chiaro e netto, lanciato dall'Eliseo è che le competenze vanno cercate là dove si trovano, al di là degli steccati politici, ideologici e nazionali. Si tratta, anzitutto, di una desacralizzazione della politica, che perde i suoi furori partitici in vista di una maggiore funzionalità al bene pubblico; di un pragmatismo che mira ai risultati piuttosto che all'affermazione di idee preconcette. La stessa scelta della parola «liberazione» applicata all'economia, invece della logora «liberalizzazione», indica la volontà di un radicale cambiamento nel modo di fare politica.
Che sia questa la strada da percorrere lo dimostra l'esempio del calcio che ha scoperto da decenni l'internazionalizzazione. Le squadre italiane curano in modo particolare la campagna acquisti all'estero e il risultato è, a quanto pare, «il campionato più bello del mondo». Tutti ricordiamo, credo, le polemiche che nacquero quando ci fu la liberalizzazione («liberazione»?) del numero di stranieri nelle squadre nostrane: profeti di sventura innumerevoli dichiararono che la novità avrebbe portato a una decadenza fatale del vivaio interno. E però, appena l'anno scorso, l'Italia ha vinto i campionati del mondo con un gruppo di calciatori tutti nati e formati in patria. Se ne può dedurre che l'afflusso di professionalità straniere non solo non ha danneggiato la formazione di talenti locali, ma anzi li ha stimolati a imparare, rinnovarsi ed eccellere.
Perché non dovrebbe avvenire lo stesso con altri aspetti della vita pubblica? È inutile, se non assurdo, farne una questione nazionalistica. Già oggi gran parte delle decisioni che ci riguardano vengono prese fuori d'Italia, dal parlamento e dalle commissioni europei, composti ovviamente - perlopiù - da stranieri. Convocare i migliori tecnici e professionisti per aiutarci a risolvere dei problemi specifici non potrebbe che arricchirci. Solo per fare un esempio: il problema dell'acqua alta a Venezia non verrebbe risolto meglio dagli ingegneri olandesi che ogni giorno contendono la terra al mare, piuttosto che dai nostri politici? Lo stesso si può dire per i guasti della nostra università, dove dei rettori di grande prestigio chiamati dalle migliori università mondiali potrebbero risolvere meglio dei nostri - politicizzati e burocratizzati - l'angoscioso tema della formazione della classe dirigente. E, per quanto riguarda la modernizzazione, la Spagna partendo da un'arretratezza maggiore della nostra, ci ha superati nel giro di tre decenni. Perché non cercare lì qualche competenza che ci serva? Non si tratta del nefasto «Francia o Spagna basta che se magna». Occorre superare il clientelismo nefasto e provinciale dei partiti e degli schieramenti, delle idee ricevute e della stagnazione del pensiero.
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